Compagnie mercenarie

Tra la fine del ‘200 e gli inizi del ‘300, calano in Italia, al seguito di Re o Imperatori, orde di bellatores, cioè soldati di mestiere, di basso retaggio sociale e culturale, che si uniscono in masnade e si mettono al servizio del potente di turno. Arrivano dalla Germania, dal Brabante come dall’Aragona e la Catalogna, poco disciplinati ma consapevoli che la loro vita dipendeva dalla loro abilità e crudeltà in battaglia. Molte volte la paga consisteva unicamente nel bottino di guerra che riuscivano a depredare ai vinti, vivi o morti che fossero.

Terminato il lavoro e lasciati liberi dal signore, al posto di tornare in patria restano in Italia e si dedicano al saccheggio e al brigantaggio vero e proprio, provocando a volte tali danni che le autorità locali pagavano loro un tributo purchè se ne andassero, magari da qualche comune rivale!

Il passaggio da queste bande armate a una Compagnia strutturata avviene con Werner von Urslinger, italianizzato in duca Guarnieri.

Calato in Italia nel 1339 con la sua masnada, viene arruolato da Lodrisio Visconti, insieme a gran parte dei mercenari dell’area Padana, nella Compagnia di S. Giorgio, vero primo embrione di compagnia strutturata.

Al fallimento di questa, si offre ai vari potenti finchè, stufo di questa situazione precaria , decide di riprendere l’esperimento del Visconti. Raduna i vecchi compagni, dà un indirizzo comune, istituisce una gerarchia che ha il compito di addestrare con disciplina e alla disciplina gli uomini e sovraintenda alla equa spartizione dei bottini e delle paghe tra gli aventi diritto al soldo. Nasce così la figura del Capitano di ventura.

Un ulteriore salto di qualità avviene nel 1378 circa ad opera di Alberico da Barbiano e la rinata (per la terza volta) Compagnia di S. Giorgio.

Fermo restando l’addestramento militare delle truppe, il capitano si preoccupa direttamente di armare, vestire e pagare il soldo alle stesse (da qui assoldare). La gerarchia si fa anche burocrazia. Infatti istituirà la condotta, vero e proprio contratto redatto dai notabili delle due parti in cui vengono ben definiti il numero dei cavalieri, degli fanti, l’equipaggiamento, i finimenti, la durata della ferma, il soldo e quant’altro ancora servisse definire. Un vero e proprio contratto di appalto con tanto di capitolato.

Le condotte potevano essere di due tipi:

  1. A soldo disteso, cioè al comando diretto del capitano generale e quindi impiegate in prima linea:
  2. A mezzo soldo, cioè in seconda linea o in punti non strategici dello schieramento, sussidiari al capitano generale. Meno rischi, meno paga.

Al termine della ferma, vi era un periodo detto di aspetto, di circa sei mesi, in cui la compagnia era a disposizione del committente in attesa di eventualmente riprendere servizio attivo ai suoi ordini. Molto spesso l’aspetto si tramutava in raccomandigia (sempre sei mesi circa), dove la compagnia veniva stipendiata mensilmente per la protezione dei territori dell’autorità. Al termine dell’aspetto, il capitano era comunque libero di accettare altre condotte, a patto di non guerreggiare per almeno due anni contro l’antico padrone. Naturalmente questa clausola era la più rispettata…

Da qui inizia l’epopea dei grandi Condottieri Italiani che scalzeranno gli antichi capitani prevalentemente stranieri.

Di seguito riportiamo alcune tra le più importanti compagnie che operarono in Italia nel ‘300 e i relativi capitani:

  1. La Compagnia di S.Giorgio di Lotrisio Visconti rifondata da Ambrogio Visconti prima e da Alberico da Barbiano poi;
  2. La Grande Compagnia di Werner von Urslinger (duca Guarnieri) a cui succederà Montréal di Albarno (Frà Moriale), poi Konrad von Landau (Conte Lando) in coppia con Hanneken von Baumgarten (Anichino Bongarden);
  3. La Compagnia Bianca di Albert Sterz e Jhon Hawkwood (Giovanni Acuto);
  4. La Compagnia Nera di Hartman von Warstein;
  5. La Compagnia della Stella di Astorre Manfredi;
  6. La Compagnia del Cappelletto di Niccolò da Montefeltro;
  7. La Compagnia della Rosa di Giovanni da Buscareto e Bartolomeo Gonzaga, ultima ad avere un nome proprio.

Fonti: I Capitani di Ventura - Claudio Rendina - Ed. Newton & Compto Medioevo 09/97

 

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