La Città e il Medioevo: un’ipotesi di datazione 2

 

Vi è un elemento particolarmente interessante, che segnala con precisione le periodizzazioni ricercate: l’organizzazione della vita collettiva in un contesto urbano. L’esistenza e il numero delle città, l’importanza economica e demografica rivestita, il loro ruolo politico e istituzionale nel quadro evolutivo, possono infatti indicare verso quale polo archetipico (urbano o rurale) si orienta la civiltà studiata, e quindi permettono di comprendere le caratteristiche fondamentali di un determinato sistema sociale. L’età antica, e in particolare la civiltà latina, è caratterizzata da una forte preminenza del contesto urbano, tanto che tutto ruotava attorno alla città. L’urbs rappresenta la romanità stessa, in contrasto con la “barbarie” dei popoli seminomadi non “civilizzati” (concetto ripreso dalla visione greca del mondo), somma di tutte le virtù che differenziano il cittadino romano da tutto ciò che gli sta intorno. Anche semanticamente la parola civis (cittadino) non indica solamente l’abitante della città o colui che soddisfa determinati requisiti di cittadinanza, ma significa una persona che partecipa delle caratteristiche comuni ad un determinato gruppo sociale e che in quanto tale è sussunto nella grande alchimia che lega tutti i membri dell’Impero (passati, presenti e futuri). Questa concezione quasi metafisica della cittadinanza, che ritornerà in piena epoca medievale, si rispecchiava nella realtà delle città: centri economici, culturali e amministrativi, prima che demografici, costituivano l’area privilegiata del mercato e del dialogo (si pensi a cos’era il forum), agenti “civilizzatori” dei territori conquistati all’Impero, tutte modellate nelle strutture e nelle funzioni sulla città per eccellenza, Roma (l’Urbe appunto).

Tuttavia questo modello di sviluppo, come tutti d’altronde, entrò in crisi già dal III secolo e vide crollare definitivamente le proprie istituzioni con la formale destituzione dell’imperatore e il conseguente invio delle insegne a Bisanzio, erede dell’impero latino. Non indaghiamo le cause di tale evoluzione, ma ci limitiamo a sottolineare il fatto che le importanti migrazioni da est di popolazioni non romanizzate, o che ebbero scarsi contatti con l’occidente, cambiarono il quadro di riferimento in cui si sviluppò la nuova civiltà, la quale ben presto abbandonò il modello urbano in favore di quello rurale. La stagnazione economica (commerci quasi inesistenti e solo in ambito locale; produzione ridotta alla minima sussistenza, quando non funestata da carestie ed eventi bellici; caduta dei redditi pro capite e declino di tutte le attività economiche) dovuta al lungo periodo di disordini a cavallo tra il IV e il VI secolo, elimina una delle premesse alla convenienza dell’agglomerato urbano e allo stesso tempo una condizione per la sua sopravvivenza: se il sistema delle villae si occupava della produzione, agricola ma non solo, era nella città che tali merci si scambiavano provvedendo al sostentamento di tutti i ceti sociali e delle attività cui si dedicavano. Le nuove popolazioni barbariche che occuparono le province dell’Impero e la penisola stessa, si sostituirono alla vecchia classe dirigente e imposero il proprio ordinamento politico sociale, imperniato non sui commerci come presso i Romani, ma sul possesso della terra, unica risorsa dotata di qualche valore in quei tempi così cupi. Per le città fu il colpo mortale: molte sparirono, alcune definitivamente, tutte passarono in secondo piano e anche la presenza di una corte, regale o imperiale, rappresentava un fatto di prestigio e niente più. Si entra nell’economia curtense: grandi latifondi, figli degeneri delle villae romane, in mano a signori della guerra, dediti alla produzione di sussistenza grazie al lavoro dei nuovi schiavi. Malattie, guerre e carestia diminuirono dunque drasticamente la popolazione europea e i centri urbani in particolare, bersagli privilegiati delle razzie a causa dei tesori in esse accumulati.

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