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I Ponti Levatoi della Fortezza di Montagnana

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Quando il ponte stava in posizione sollevata, tutta la struttura si ripiegava , occupando uno spazio minimo ed era contenuta e protetta nell'apposita rientranza del muro che ancor oggi si può vedere tanto sul davanti dei ponti merlati, come sopra i varchi dei fortilizi veri e propri. Il tavolato del ponte, quando  era alzato, fungeva anche da doppio portone. Il sistema era congegnato in modo che non si potesse abbassare il ponte senza prima aver aperto i due battenti del ponte vero e proprio che si chiudeva dietro di esso. Questa precauzione costituiva una sicurezza in più.

Per la ricostruzione virtuale della forma dei ponti levatoi di Montagnana, é stato utile il confronto con i levatoi di altri fortilizi dell'epoca come quelli di Castel Vecchio a Verona, del castello dei marchesi d'Este a Ferrara, del Castello di Valbona, delle porte di Cittadella, delle porte di Marostica, del castello di S. Giorgio a Mantova e di altre porte Scaligere, Padovane o Lombarde del tempo. Fra l'altro, i ponti levatoi di Montagnana sono di tipo particolare per quanto riguarda i bolzoni in posizione sollevata.

Queste due travi, alle quali erano attaccate le catene di sospensione del tavolato, in molti castelli rientravano in apposite grandi scanalature della muraglia frontale della porta quando era alzato. Nel caso di Montagnana, le travi alzate non rientravano in apposite scanalature, ma si collocavano, come già detto, in una apposita rientranza di tutta la muraglia. Tale soluzione costituisce una semplificazione, ma forse anche un perfezionamento, dato che la presenza delle scanalature indeboliva la struttura dei muri frontali soprastanti le arcate delle porte.

Se il Ponte levatoio poteva interrompere o ricostruire in un battibaleno la carreggiata stradale e serviva al traffico di cavalieri, fanti, bestiame, carriaggi e villici, per i pedoni isolati poteva bastare qualcosa di meno complicato e di dimensioni più ridotte: la passerella, detta anche ponticello volante. Alla Rocca degli Alberi  ce n'erano quattro, sempre in successione simmetrica rispetto al ridotto centrale: due dalla parte di città e due dalla parte di campagna. Lo stesso si può dedurre fosse anche per il castello di S. Zeno considerando le tracce archeologiche colà esistenti. Il meccanismo di sollevamento delle passerelle era costituito di argani su quali si avvolgeva una fune o una catena leggera, la quale, passando attraverso i muri mediante un gioco di pulegge di rinvio, si attaccava al tavolone del ponticello volante. In entrambe le porte è rimasta una delle pulegge originali di legno del tempo e sulle quali scorreva la fune di manovra delle passerelle. Per proseguire i lsuo percorso in città, una volta superata la passerella di legno, il pedone doveva infilarsi in un basso e stretto pertugio alto un metro e novanta, chiuso all'uscita da una robusta porta sprangata e ben sorvegliata da guardie armate.

Superato l'angusto passaggio, si trovava nella casamatta del ponte merlato (o barracane) che doveva attraversare fino alla passerella della Rocca, la quale funzionava con un sistema di manovra un po' diverso costituito presumibilmente da  un meccanismo di legno composto da una grande leva a settore circolare contrappesata, molto rapida da manovrare. In posizione di chiusura tale meccanismo barricava automaticamente la pusterla che occludeva il cunicolo pedonale. Una volta superata questa, il visitatore poteva accedere al ridotto centrale dopo che fosse stata sollevata la saracinesca che sbarrava l'accesso e dopo che fosse stato aperto il portone borchiato dietro la saracinesca. Se gli andava bene, oltrepassato il ridotto centrale che era sotto il minaccioso tiro piombante delle caditoie della corona del mastio, poteva

proseguire verso la città passando nel terzo ridotto dove infilava un altro cunicolo pedonale, attraverso una terza passerella e, superato il ponte merlato del controfossato, infilava nuovamente un altro cunicolo pedonale da cui, attraversata un'ultima passerella, entrava finalmente in città. Se era il caso, a metà percorso veniva avviato invece, attraverso passaggi labirintici,verso il comando che era alloggiato nella torre del Mastio dove poteva consegnare messaggi di cui fosse eventualmente latore o, se sospetto, essere sottoposto a severo interrogatorio. Uguale percorso, ma a senso inverso, compiva il pedone che dalla città volesse uscire verso la campagna.

Forse a qualcuno la cosa potrà sembrare un po' complicata, ma al dì d'oggi, per entrare in una base NATO è da supporre che la faccenda non sia certo più semplice.

I ponti di legno della Terra di Montagnana rimasero in uso ben oltre il periodo medievale propriamente detto come è attestato da una tavola votiva con la Vergine fra i Santi Giovanni Battista e Caterina d'Alessandria dipinta dal Buonconsiglio nel primo quarto del cinquecento e che reca nello sfondo una bellissima immagine della Rocca degli Alberi. Anche un quadro dovuto al pittore Giulio de Rossi, rappresentante S. Carlo Borromeo in preghiera, e risalente al primo quarto del 1600, mostra sullo sfondo la Rocca con i ponti di Legno.

Verso il secolo XVIIImo i levatoi di Montagnana furono sostituiti con ponticelli in muratura che non richiedono una manutenzione continua come i levatoi in legno e si presentavano maggiormente resistenti al transito delle artiglierie trainate che col tempo erano divenute sempre più grosse e pesanti. Del resto, l'interruzione di un ponte o di un percorso stradale in caso di emergenza si poteva ormai fare in qualsiasi momento senza appositi congegni perché bastava un barile di polvere ben piazzato e fatto brillare al momento giusto, magari mentre il nemico era in transito.

Chi osserva le Porte di Montagnana oggi fa fatica ad immaginare i ponti levatoi se non sa esattamente come erano fatti. Forse non sarebbe un'idea da scartare quella di pensare di ricostruire parzialmente questi meccanismi come si è fatto in alcuni castelli europei dove è stato mantenuto il piano stradale normale, ma sono stati rimessi al loro posto il telaio di sospensione a bilancere e le relative catene che si ancorano ovviamente alla strada anziché ad un tavolato.

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Sarebbe un'integrazione didattica che non costerebbe una cifra spropositata e che potrebbe conferire alle Porte della Rocca e del Castello di S.Zeno una connotazione di notevole interesse museale.

Montagnana, 4 novembre 2002

Prof. L. Parolo

Per gentile concessione

 

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ARTICOLO APPARSO NELL'INSERTO ALLEGATO AL PERIODICO " MAGAZINE" DICEMBRE 2002

 

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