Le torri di Montagnana

Altre macchine da lancio più grosse e potenti erano all’interno della cinta, dietro le cortine. Il nemico assediante accampato attorno alle mura doveva rimanere fuori tiro per non venire massacrato ed essendo il livello di campagna ben più basso, non era in grado di raggiungere facilmente le mura e le torri con i propri proiettili (massi, frecce, verrettoni, recipienti incendiari, ecc.) necessariamente lanciati con una parabola più breve. Le torri avevano così la preponderanza balistica e potevano essere contrastate solamente da qualche alta torre mobile (belfredo) che l’assediante avesse potuto costruire con lo scopo di spingerla contro le mura mediante un enorme dispendio di mezzi, di sforzi, di perdite umane, soprattutto, di tempo. Sul fattore tempo si giocava infatti assai spesso la salvezza di una piazzaforte. Più a lungo questa fosse riuscita a resistere, più ne sarebbe risultata facilitata la riorganizzazione della controffensiva con l’arrivo dei soccorsi dagli altri castelli del territorio.

All’interno delle torri stavano ovviamente i difensori del presidio che, nei momenti di pace o di tregua, in esse trovavano asilo per i turni di riposo o per ripararsi dalle intemperie e, in caso di guerra, per proteggersi dai tiri del nemico. Al secondo piano (livello dei cammini di ronda) stava da un lato un’ampia nicchia ricavata nello spessore del muro e nella quale era sistemata la latrina costituita da un semplice sedile di legno forato che dava sopra un piccolo scivolo scaricante all’esterno nell’angolo tra la torre e la cortina. Qui si accumulavano le deiezioni, le quali tuttavia non rimanevano a lungo sul posto poiché il concime veniva ovunque prontamente raccolto ed accaparrato essendo considerato prezioso soprattutto per la coltivazione degli orti che stavano all’interno della fortezza.

Per offendere i nemici, i difensori disponevano, oltre che di materiale vario da gettare dall’alto (massi, liquidi incendiari, acqua e olio bollente, ecc.) anche di archi e di balestre (e, con qualche probabilità anche di rudimentali piccole bocche da fuoco), armi con le quali potevano tirare i loro proiettili dalle molte feritoie che si aprono nelle muraglie sia delle cortine che delle torri.

Uno studio dettagliato ha consentito di ricostruire il sistema dei settori di tiro possibili da tutte queste feritoie ed è stato accertato che essi erano calcolati in modo da coprire ad ombrello tutto lo spazio del vallo antistante senza lasciare angoli morti. In ogni torre le feritoie erano così distribuite: due al secondo, tre al terzo piano e ben sei all’ultimo piano scoperto: undici in tutto.

 

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 Non c’era zona esterna che, per un giro di circa 300 gradi, non potesse cadere sotto il tiro dei balestrieri delle torri. Il piccolo angolo morto, risultante davanti alla base di ogni torre, poteva essere battuto dai tiratori appostati nelle torri laterali o per caduta dal lancio di grosse pietre.

Le feritoie che si aprono nei muri laterali della torre e del piano sommatale potevano infatti tenere perfettamente sotto tiro gli spazi che stavano lateralmente. Queste feritoie battevano così anche le posterle delle torri vicine ed erano in grado di prendere d’infilata i camminamenti di ronda. Ciò significa che i balestrieri situati dietro queste feritoie, oltre che colpire eventuali assalitori che tentassero di avanzare nel vallo o che mediante scale cercassero di scavalcare le merlature, potevano svolgere funzioni di polizia militare nei riguardi dei difensori dislocati lungo i cammini di ronda, controllandoli dall’alto e, se necessario, punendo prontamente ogni minimo tentativo di defezione o tradimento.

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