Affidamenti e minori, per gli psicologi-consulenti servono linee guida – Repubblica.it


Recentemente una sentenza di Cassazione ha ribaltato la richiesta di un consulente tecnico psicologo che aveva chiesto un collocamento extra familiare in un caso che di alienazione parentale.

Premesso che la decisione sull’affidamento e collocamento di un minore viene sempre presa da un giudice, e che decidere di seguire o non seguire le indicazioni del consulente psicologo è una scelta legittima, certamente, in questo caso la sentenza mette in luce un problema.

La cosiddetta Parental Alienation Syndrome o PAS “inventata” dallo psichiatra Gardner nel 1985 non è anzitutto una diagnosi, è assente nel DSM, e l’American Psychological Association ha messo in guardia rispetto all’assenza di dati su questa particolare condizione, che si manifesta con il rifiuto di un genitore da parte del figlio. Ecco come viene definita dal suo inventore: “La PAS insorge durante le controversie per la custodia dei figli. La sua manifestazione principale è la campagna di denigrazione verso un genitore, una campagna che non ha giustificazioni. Essa è il risultato di una programmazione effettuata dal genitore indottrinante e dal bambino. In presenza di reali abusi o trascuratezza dei genitori l’ostilità del bambino può essere giustificata e di conseguenza la Sindrome di Alienazione Parentale, come spiegazione dell’ostilità del bambino, non è applicabile”.

La polemica tutta politica sul tema della sindrome Pas ha tuttavia sortito un effetto paradossale, spostando del tutto l’interesse della  ricerca scientifica da un argomento considerato non scientifico. 

Eppure è noto che può avvenire che nel corso di una separazione un bambino, anche molto piccolo rifiuti un genitore anche in casi in cui non vi siano stati situazioni di incuria o maltrattamento. Di solito avviene quando nel corso di un conflitto tra le figure di riferimento il bambino si identifica con le ragioni di uno del genitori, di solito quello cui è più legato o quello che percepisce più fragile e bisognoso di aiuto, spesso la madre, decidendo di escludere l’altro dalla propria vita senza avere valide motivazioni. Si tratta di un fenomeno grave e complesso, su cui la psicologia dovrebbe riflettere senza cedere alla tentazione di soluzioni semplici e semplicistiche, che generano sofferenza e la cui efficacia non è affatto a oggi dimostrata.

La diffusione di pratiche squisitamente comportamentali come soluzione al problema dell’alienazione, tra le quali il collocamento inverso (cioè collocare il bambino presso il genitore che rifiuta) o il collocamento in comunità suonano spesso come delle punizioni, nel migliore dei casi come degli spauracchi; in tutti casi si tratta di atti intrinsecamente violenti ed evidentemente traumatogeni che rischiano di sortire effetti nocivi anche a lungo termine.

I meccanismi di identificazione tra bambini e genitori sono infatti complessi, ed è importante sottolineare che spesso avvengono senza che vi sia stata da parte degli adulti di riferimento alcuna intenzione consapevole. L’Ordine degli Psicologi della Lombardia ha recentemente istituito un gruppo di lavoro per riflettere su alcune delle situazioni più complesse che si stanno presentando in questo ambito. Contiamo che in un tempo estremamente breve possano essere varate alcune linee di indirizzo che possano aiutare i consulenti tecnici del giudice e delle parti a evitare i peggiori fraintendimenti che vengono segnalati nel corso di un’attività professionale particolarmente delicata e complessa.

* Consigliere dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia

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