Amazon, più lavori e più vinci: un videogame per motivare i dipendenti


UN VIDEOGAME, anzi una serie di titoli diversi, per far lavorare di più (e meglio, nelle intenzioni dell’azienda) i dipendenti. Succede in alcuni dei famigerati centri di smistamento di Amazon, che tuttavia ha da poco alzato il salario minimo statunitense a 15 dollari l’ora. In alcuni maximagazzini il gruppo avrebbe iniziato a installare degli schermi vicino o di fronte alle postazioni dei dipendenti dove girano dei giochi dai nomi molto semplici, come racconta il Washington Post: “PicksInSpace”, “Mission Racer” o “CastleCrafter”. Il punto? Le azioni fisicamente effettuate dai magazzinieri e dagli addetti, per esempio sballare i pacchi, posizionare gli oggetti negli onnipresenti contenitori (i “tote”) che sono il vero snodo dell’organizzazione logistica o negli armadi-robot (i “pod”) – impacchettare gli ordini e così via – vengono tradotti nel gioco virtuale. Ciascuno ha cioè una sua controparte che gareggia coi colleghi a chi va più veloce: più oggetti piazzi nel contenitore più veloce correrà la tua macchinina nello schermo che hai di fronte. E simili dinamiche.
 
Ovviamente la partecipazione fra gli operatori a questo tipo di “competizioni” è volontaria e i giochi, si legge sul quotidiano statunitense, sono stati sviluppati per rendere le incombenze dei diversi ruoli nei centri Amazon un po’ meno noiose. Certo. Ma anche per spingere i livelli di efficienza e produttività mettendo in gara gli uni contro gli altri in una serie di semplici videogame sincronizzati ai task effettivamente completati nella vita reale. Al momento sono cinque i posti in cui sono stati installati, fra Stati Uniti e Regno Unito. E in almeno un caso i manager che coordinano il lavoro (“team lead” o “area manager”) possono ricompensare i lavoratori che vincono le partite digitali anche con i cosiddetti “swag buck”, valuta interna che può essere riscossa solo con merchandise legato ad Amazon come bottiglie d’acqua, t-shirt o altre piccole amenità. Certo non messo in busta paga come denaro sonante.
 
IL CASO  Un braccialetto per controllare i dipendenti

Il lavoro, insomma, si adegua alle logiche che sovrintendono l’organizzazione delle applicazioni che usiamo ogni giorno (basti pensare ai social network o ai programmi per fitness e benessere) e tende a introiettare numerose pratiche e trucchi tipici della cosiddetta “gamification”, cioè appunto l’introduzione di elementi di gioco, sfida e ricompensa all’interno però di un contesto professionale. Non che i premi di produttività siano una novità. Non lo sono neanche sistemi diversi del capitalismo digitale contemporaneo, basti pensare ai traguardi che le piattaforme di food delivery o di noleggio con conducente propongono ai loro affiliati, per spingerli a consegnare o guidare di più e magari penalizzandoli se si rifiutano di partecipare a questi sistemi. Ma i videogiochi che consentono ai dipendenti di sfidarsi in base ai compiti conclusi sul nastro trasportatore o nella propria postazione sembrano in effetti una novità.
 
Stando al sito The Verge, questi effetti possono avere effetti psicologici molto potenti, per esempio dando sostanza a compiti che altrimenti sembrerebbero quel che sono, ripetitivi e meccanici. Alimentando il coinvolgimento e iniettando il brivido della sfida fra colleghi, quantificabile a quel punto da una costruzione ultimata prima o da una corsa di auto vinta, possono condurre i lavoratori a spingere sempre di più sull’acceleratore. Più di quanto, come diverse inchieste giornalistiche hanno testimoniato (una delle ultime è di Business Insider, focalizzava sui periodi di punta come Natale), non siano condotti a fare. Perché gara e competizione vanno bene solo per un po’, come ha spiegato la designer di videogiochi Jane McGonigal al Post: “Quando i lavoratori inizieranno a lavorare peggio dei colleghi, tutto diventerà meno divertente e anzi potrebbe essere controproducente”.
 
“I problemi nascono quando la dimensione della sfida diventa troppo importante per il lavoratore – spiega Alberto Rossetti, psicologo torinese esperto di dipendenze da nuove tecnologie – da un lato l’azienda intende farti entrare nella gara e nella sfida, dall’altro se quella sfida diventa il punto centrale della propria presenza e un elemento caratterizzante la giornata, perdi il contatto con il lavoro per proiettarti esclusivamente all’interno di essa. A quel punto possono nascere tutti i rischi del caso sia dal punto di vista psicologico che per l’azienda. Per esempio se perdi spesso e se non raggiungi le prestazioni degli altri quell’attività invece di coinvolgerti rischia di tagliarti fuori. Ma la base da cui partiva non era quella dello svago libero: il gioco è stato innestato nel contesto lavorativo. Bisogna stare molto attenti ad avvicinare le due realtà”.


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