Ameba che si mangia in cervello, il virologo: “In Italia rischio assente”


ROMA – Il nuovo caso di morte per l’ameba che mangia il cevello, un’infezione rarissima quanto letale, ha fatto il giro del mondo contribuendo ad alimentare la psicosi. Del tutto esagerata. L’organismo è stato scoperto solo nel 1986 negli Usa ma sono stati registrati solo poco più di un centinaio di casi da allora. “Il patogeno è letale ma le infezioni sono molto rare. Per quanto riguarda noi in Italia il pericolo non esiste, l’influenza miete molte più vittime – afferma Govanni Maga, virologo dell’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia – il balamuthia (quello del caso della donna morta a Settle, ndr) è un protozoo teoricamente presente in tutte le zone temperate ma non è stato riportato nessun caso in Italia. È stato scoperto solo 30 anni fa, non se ne sa ancora molto, ma sappiamo che attacca spesso le scimmie e raramente gli umani”.
 
Nel caso della donna di Seattle i primi sintomi di infezione si sono presentati sotto forma di un arrossamento intorno al naso, simile in tutti gli aspetti a i sintomi di un’allergia. Successivamente, a seguito di un attacco di convulsioni che le aveva indebolito il braccio sinistro, la donna si è sottoposta a una serie di esami. Dalle analisi i medici hanno potuto individuare una lesione anomala del cervello nella zona che controlla i movimenti. In prima ipotesi si pensò a un tumore e ne asportarono una parte per analizzarla. Nei giorni successivi al prelievo, in attesa dei risultati, le condizioni della paziente continuavano a peggiorare e nuove lesioni apparivano dalle scansioni del suo cervello. L’analisi della massa cerebrale lesionata ha permesso ai dottori dello Swedish medical center, d’individuare finalmente l’ameba causa della degenerazione della massa cerebrale. Purtroppo a quel punto il trattamento non era più sufficiente e la paziente è morta nonostante il tentativo di cura.

Secondo i dottori che hanno avuto in cura la donna è altamente probabile che l’infezione si sia scatenata per l’uso improprio delle lavande nasali. Già nel 2011, in Louisiana, le autorità avevano avvertito sulla pericolosità di questa terapia se fatta con acqua di rubinetto non sterilizzata. “Le contaminazioni possono essere causate da un cattivo stato della rete idrica o da infiltrazioni. In generale l’organismo può essere trovato nelle acque dolci e nel terreno. Per essere infettati lo si deve stanare dal suo habitat. Ma tra tutti i patogeni a cui possiamo essere esposti questo è il meno rilevante – spiega Maga – I patogeni che ci interessano di più sono altri, come la legionella che è molto più comune anche se meno letale. Abbiamo avuto molte occasioni per vedere che in Italia siamo in grado di gestire la rete idrica e assicurare la potabilità delle nostre acque”. In Europa questo protozoo è stato avvistato raramente. I casi accertati sono solo due. “Il primo nella Repubblica Ceca nel 1998 e nel 2006 in Portogallo. In Italia non abbiamo mai avuto casi. Sembra essere molto più diffuso negli Stati uniti” afferma ancora il virologo.

Insomma non c’è da preoccuparsi, ma di che tipo di organismo stiamo parlando? “Il balamuthia ad esempio vive nelle acque dolci. Il modo per entrare a contatto con lui potrebbe essere quello di fare il bagno in corsi d’acqua selvatici come fiumi o stagni. Per potersi infettare occorre che l’acqua infetta entri a contatto con il nostro organismo ad esempio per ingestione. Per sfociare in un’infezione, l’acqua che ingeriamo deve contenere un numero davvero alto di protozoi, spiega.  Si sono adattati ad ambienti temperati e, nonostante il cambiamento climatico possa ampliare la loro zona di adattabilità, non è verosimile che possano diffondersi autonomamente. Non hanno possibilità di muoversi e non possono neppure sfruttare le tecniche tipiche dei virus infettando un insetto o annidarsi in un trasporto merci. Non ha molte risorse per spostarsi”.

In Italia, quindi, nessun rischio. Può sembrare spaventoso ma non è poi così pericoloso. “Se un patogeno è diffuso se ne conosce l’esistenza, si manifesta con focolai ricorrenti e non è questo il caso – conclude Maga-  dovremmo invece temere di più l’influenza e ricorrere più spesso al vaccino”.


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