Argentina, crollano il peso e la Borsa dopo la sconfitta di Macri alle primarie presidenziali – Repubblica.it


MILANO – Argentina, il crollo del peso e della Borsa di Buenos Aires allungano pesanti ombre di una nuova crisi finanziaria sul paese sudamericano. Il clima di incertezza è stato generato dalle primarie presidenziali che si sono svolte domenica: hanno decretato una pesante sconfitta del presidente in carica, il liberale Mauricio Macri, a vantaggio del rivale più accreditato per la conquista della Casa Rosada, il candidato peronista Alberto Fernandez.

Immediata la reazione dei mercati: il peso argentino perde fino al 34 per cento sul dollaro, mentra la Borsa è caduta anche del 34 per cento. Ma la la volatilità potrebbe essere anche più elevata: già nel pre-mercato l’Etf sulla piazza sudamericana – il prodotto finanziario che replica i principali titoli azionari – ha visto le sue quotazioni scendere del 23 per cento. L’indice Merval al Buenos Aires Stock Exchange venerdì scorso aveva chiuso in rialzo di quasi l’8% sperando nel successo di Macri alle primarie. Da inizio anno l’indice è in rialzo del 46% e negli ultimi 12 mesi del 65%.

Sono principalmente due i motivi che spaventano i mercati. Da un lato c’è l’instabilità politica, visto che il presidente Macri è riuscito solo ad avviare le riforme in senso liberista che aveva garantito e che sono alla base dell’accordo con il Fondo monetario che hanno riportato tranquillità sulla valuta locale dopo la tempesta finanziaria di due anni fa. Dall’altra, ci sono i timori per le politiche “peroniste”, una versione sudamericana del sovranismo che va di moda in Europa e che spesso sono lette contro il mercato. Anche perché assieme a Fernandez, si candierà alla vicepresidenza Cristina Fernandez de Kirchner, ex presidente e già condannata per corruzione.

Non che prima del voto di domenica gli argentini nuotassero nell’oro. Anzi: nonostante l’intervento del Fondo Monetario di un anno fa , il paese viaggia verso una inflazione superiore al 50%, un tasso di povertà al 35% e tassi di interesse al 64%. Così, nel tentativo di mettere un freno alla fuga di capitali, la Banca Centrale è dovuta intervenire con una mossa che dà la misura di quanto la situazione sia grave, portando il tasso di riferimento dal 74 per cento. Un nuovo recordo superiore al 73% che costituiva il primato precedente, toccato solo un anno fa prima dell’intervento del Fondo Monetario.

 

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Carlo VerdelliABBONATI A REPUBBLICA


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Babà Napoli

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