aumenta il rischio delle false separazioni – Repubblica.it


Grazie all’articolo di Repubblica.it in cui si segnalava il rischio di possibili finte separazioni o divorzi per ottenere il reddito di cittadinanza, il Governo aveva annunciato che avrebbe approntato una norma “antifurbetti”, ma il testo che circola in questi giorni – e che dovrebbe essere a breve licenziato dal Consiglio dei Ministri – potrebbe non risolvere affatto il problema.

L’art. 1, comma 6 del decreto legge su reddito e pensione di cittadinanza, infatti, esclude dal beneficio i coniugi separati e divorziati “qualora continuino a risiedere nella stessa abitazione”.

Quello governativo è un tentativo insufficiente. In primo luogo perché viene usato il termine “residenza”, che evoca necessariamente il concetto anagrafico; in questo modo però, per ottenere il reddito di cittadinanza, basterà che uno dei due coniugi fissi la propria residenza in un’altra casa (basta un monolocale in affitto a prezzo di favore, oppure trasferirsi nella casa al mare), senza occuparla affatto. Se non si applicasse il concetto anagrafico, occorrerebbe rifarsi a quello del codice civile (art. 45), secondo cui la residenza è il luogo in cui si ha la “dimora abituale”. In questo caso sarà sufficiente dormire qualche sera durante la settimana nella seconda casa, per chiedere il Reddito di cittadinanza e rimanere, non formalmente ma sostanzialmente, sposati.

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Il decreto legge prevede anche severe sanzioni (art. 7) per chi rende dichiarazioni mendaci “nell’ambito della procedura di richiesta del beneficio economico” (comma 1) e per chi svolge “nel corso della fruizioni del Rdc… attività di lavoro irregolare”. Anche qui nulla è previsto per i separati o i divorziati; si potrebbe dunque arrivare al paradosso di due coniugi che fanno finta di separarsi, vivono effettivamente in due case diverse e, solo dopo aver ottenuto il Rdc e dunque terminata la relativa procedura di richiesta, ricominciano a convivere; limitandosi, infatti, al dato letterale della nuova legge, per loro non dovrebbero esserci conseguenze penali anche se dovessero omettere di dichiarare la loro riconciliazione.

C’è poi un problema di controllo: non è infatti pensabile che le autorità di pubblica sicurezza (oppure gli ufficiali dell’Anagrafe) si trasformino in segugi dediti a verificare dove e con chi dormono tutti i separati o divorziati che chiedono il reddito di cittadinanza.

Sarebbe stato meglio, dunque, negare il sussidio non solo ai separati (o divorziati) che risiedono nella stessa abitazione ma anche agli ex che vivono, anche saltuariamente, nella medesima casa per tutta la durata di fruizione del Reddito di cittadinanza; le regole di esclusione dovrebbero riguardare anche le famiglie di fatto, che oggi non sono toccate dalla norma relativa alla residenza; due conviventi, magari con un figlio, potrebbero fissare la residenza anagrafica in luoghi differenti e, pur continuando a vivere insieme, far fare domanda a uno di loro per il reddito cittadinanza.

Anche se siamo il Paese in cui “fatta la legge trovato l’inganno” – e dunque nessuna disposizione normativa potrà mai essere a prova di furbetto – il Governo potrebbe cercare di rendere più impegnativo truffare la collettività: per il 2019 ci sono circa 6 miliardi a disposizione per il reddito di cittadinanza e ogni euro regalato ai finti separati è un euro tolto a chi ne avrebbe davvero bisogno.

* Avvocato del Comitato Scientifico de Il Familiaristaportale interdisciplinare in materia di diritto di famiglia di Giuffrè Francis Lefebvre

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Mario CalabresiSostieni il giornalismo
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