Creme solari: attenti alle ricette on line e ai cosmetici fai-da-te


BIO, organico. Possibilmente etico. Rigorosamente cruelty free. Sono le regole del cosmetico “green”, una rivoluzione nata dal marketing delle aziende, ma che trova il suo sbocco naturale nel mondo del fai da te. Un esercito crescente di “spignattatrici” – così si definiscono le appassionate di cosmetica casalinga – oggi ama infatti realizzare di persona creme, lozioni, smalti e lucidalabbra, scambiandosi ricette e consigli su blog e social media. Un’abitudine diffusa e apparentemente innocua, che però – avvisano gli esperti – può esporre a inutili rischi per la salute. Un buon esempio sono le creme solari: uno studio dei ricercatori del Nationwide Children’s Hospital di Colombus e dell’Università della Florida, ha messo alla prova le ricette più diffuse sulla rete, scoprendo che nella stragrande maggioranza dei casi il risultato è completamente privo di qualunque effetto schermante.

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La ricetta corre su Pinterest

Lo studio, pubblicato sulla rivista Health Communication, si è concentrato su Pinterest, il social network per immagini che spopola tra gli amanti del fai da te per la facilità con cui si possono individuare e condividere ricette, tutorial e consiglio di ogni tipo. Navigando sul sito, i ricercatori hanno selezionato 189 ricette di creme solari (con una media di “pin”, ovvero di salvataggi, pari a 808, e un massimo di 21mila) e ne hanno messa alla prova l’efficacia. Parliamo di formulazioni che contengono ingredienti naturali come l’olio di cocco, l’olio d’oliva o la cera d’api, accompagnati in alcuni casi anche da sostanza chimiche comuni anche nei prodotti commerciali, come l’ossido di zinco o il biossido di titanio. In un terzo dei casi – notano gli autori dello studio – le ricette assicuravano anche l’affidabilità del risultato, quantificando il fattore di protezione anche fino a 50 fps (il livello consigliato per bambini, pelli chiare e prime esposizioni solari della stagione).

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Inutili contro i raggi Uv

Alla prova dei fatti, il 68% delle creme analizzate aveva una formulazione che non garantiva una protezione apprezzabile dagli effetti dei raggi Uva e Uvb. Abbastanza ovvio, a guardare la lista di ingredienti più comuni: gli oli vegetali come quello di cocco o di oliva forniscono infatti una bassissima, o persino assente, protezione dagli effetti dei raggi solari; e anche i filtri fisici usati nei prodotti veri e propri, come ossido di zinco e biossido di titanio, forniscono risultati deludenti se aggiunti a un miscuglio casalingo, perché è estremamente difficile assicurarsi di aver utilizzato le quantità necessarie, o di aver distribuito la sostanza in modo uniforme all’interno della crema. Insomma: usare una crema solare fatta in casa espone quasi sempre al rischio di una brutta scottatura. Un pericolo inutile, specie se a farne le spese è la pelle sensibile di un bambino. “Interne è un luogo meraviglioso per cercare ricette e ispirazioni per progetti di arte o artigianato, ma non è il posto dove cercare rimedi con cui garantire la propria sicurezza e quella dei nostri cari”, sottolinea Lara McKenzie, ricercatrice del Nationwide Children’s Hospital e coautrice dello studio. “Le creme solari fatte in casa, ad esempio, sono pericolose perché non offrono le garanzie di un prodotto commerciale, che deve seguire rigide norme di sicurezza, e viene sottoposto a test di efficacia prima di essere introdotto in commercio”.

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L’allarme degli esperti italiani

Lo studio sulle creme solari è stato realizzato in America, è vero, ma anche il bel Paese non sembra immune al fascino del fai da te. È  degli scorsi giorni, ad esempio, un analogo allarme degli specialisti italiani, riuniti a Roma per il Congresso della Società Italiana di Medicina Estetica (Sime), che si sono detti estremamente critici riguardo alla recente moda della cosmesi casalinga. Senza i dovuti controlli – spiegano gli esperti – i cosmetici di ogni tipo possono presentare problemi di conservazione, stabilità, contaminazioni, e provocare allergie. “I cosmetici non sono più pozioni magiche – avverte Emanuele Bartoletti, Presidente della Società Italiana di Medicina Estetica – per complessità, studi scientifici e indicazioni possono quasi essere paragonati a un farmaco”.

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