Csm in ostaggio del caso Criscuoli, nuova bagarre in vista del primo plenum



Non c’è pace al Csm. Nonostante i reiterati inviti del presidente della Repubblica, nonché del Csm, Sergio Mattarella, rivolti con frequenza prima delle vacanze agli inquilini di palazzo dei Marescialli, a rispettare rigidamente leggi e conseguenti comportamenti congrui, ecco che un’ennesima polemica si preannuncia proprio in coincidenza con il primo plenum che si aprirà domani mattina alle 10. Per comprendere le possibili conseguenze pesanti va tenuto in mente che nell’orizzonte politico del nuovo governo c’è, nel capitolo sulla giustizia, anche la riforma del Csm, il sistema di elezione dei componenti togati e anche le regole interne, nonché leggi fortemente divisive, e sulle quali può contare proprio il parere consultivo del Consiglio, come quelle sulle intercettazioni e sulla prescrizione. Va da sé che un Csm screditato pesa poco, o nulla, sulle future leggi. Molti magistrati di peso hanno già compreso la portata della prossima partita e invitano il Csm a rimettersi velocemente in pista dopo l’inchiesta di Perugia sull’ex pm di Roma Luca Palamara che ha coinvolto ben cinque cinque consiglieri-magistrati su sedici, portandone quattro alle dimissioni, cui va aggiunto il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio.

Che succede invece al Consiglio proprio nel giorno – mercoledì 11 settembre – del primo plenum della stagione? Ecco che il caso Palamara e le sue conseguenze si ripresentano. Da giorni circola la voce che l’ultimo consigliere coinvolto perché anche lui tra quelli che hanno partecipato agli incontri tra magistrati e politici per discutere i vertici degli uffici giudiziari tra cui la procura di Roma – Palamara, il deputato Pd Luca Lotti indagato dalla procura di Roma, il collega di partito Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa di Magistratura indipendente e deputato dem) – e cioè Paolo Criscuoli di Mi, sospeso ma non ancora dimessosi, sarebbe intenzionato a restare al suo posto, chiedendo un pieno reintegro in quanto non ritiene di essere coinvolto nella vicenda al pari degli altri.

Un caso che già infiamma una situazione comunque tesa, su cui incombono le elezioni dei due pubblici ministeri che devono sostituire quelli già dimissionari. I posti lasciati vacanti da Luigi Spina di Unicost e da Antonio Lepre di Mi non sono coperti da consiglieri non eletti, perché nelle elezioni del luglio 2018 le correnti pensarono bene di candidare solo quattro concorrenti per altrettanti posti. Quindi si vota il 6 e 7 ottobre, e la partita si annuncia molto dura per il parterre dei concorrenti, ben 16, tra cui spiccano i nomi di Nino Di Matteo per la corrente di Davigo, di Anna Canepa per Area, di altri magistrati come Fabrizio Vanorio (pm a Napoli) e Tiziana Siciliani (pm a Milano), noti per le loro inchieste. Domenica, in streaming dall’Anm, presenteranno il loro programma. Ma nel frattempo proprio il Csm – tallonato dall’Anm sul caso Palamara, che sabato terrà un’assemblea di tutti gli iscritti – rischia di incartarsi sul caso Criscuoli, le cui dimissioni o meno, ovviamente, per la polemica che scatenano, possono incidere anche sugli equilibri del voto di ottobre.

Il caso Criscuoli, che non è indagato a Perugia, è singolare, perché dimostra come ci sia una sorta di insensibilità rispetto al comportamento che dovrebbe tenere chi entra a far parte di un’istituzione importante come il Csm. Criscuoli faceva parte della sezione disciplinare, quella che giudica i colleghi che hanno commesso errori, ma da lì si è dimesso. Adesso anche lui a sua volta è sotto azione disciplinare proprio per via dei fatti su cui indaga Perugia. Se dovesse rientrare in Consiglio si verificherebbe l’assurdo di un consigliere che, nelle commissioni e nel plenum, siede accanto ai colleghi che poi a loro volta dovranno giudicarlo nell’ambito della sezione disciplinare. Su di lui, inoltre, potrebbero incombere gli interventi disciplinari del ministro della Giustizia e del pg della Cassazione. Va tenuto presente che tra le future norme in discussione nella riforma del Guardasigilli Alfonso Bonafede c’è anche quella di aumentare il numero dei membri del Csm – da 16 a 20 i togati, da 8 a 10 i laici – proprio con l’obiettivo di creare una sezione disciplinare i cui consiglieri, giudici dei loro stessi colleghi, non facciano parte di altre commissioni, ma siano una sorta di tribunale interno isolato dal resto.

Le ore, ovviamente di febbrili contatti, che precedono il plenum diranno alla fine se la linea del vicepresidente David Ermini – ex Pd di area renziana, ma che ha sposato la linea della totale indipendenza una volta entrato al Csm, e con un forte legame con Mattarella – sarà destinata a prevalere. In questo cado Criscuoli dovrà recedere dalla sua volontà di restare e sarà costretto a dimettersi definitivamente. In caso contrario la sua permanenza al Csm aprirà un caso anche in vista dell’assemblea degli iscritti all’Anm di domenica convocato proprio per esaminare i fatti e gli effetti vicini e lontani del caso Palamara sulla magistratura.

Dall’asse M5S-Pd i magistrati si aspettano sì leggi migliori piuttosto dei decreti sicurezza e delle polemiche con Salvini, ma anche scarsa clemenza rispetto agli inciuci delle correnti. Complessivamente l’impressione è che nella querelle tra Bonafede e l’ex Guardasigilli dem Andrea Orlando, il primo potrebbe avere la meglio, perché soprattutto le scelte fatte su intercettazioni e prescrizioni vengono preferite a quelle di Orlando. Ma proprio Bonafede, nei conversazioni riservate, viene criticato per l’assetto del ministero e per i magistrati scelti, mentre vengono preferiti quelli selezionati dal suo predecessore.

Il Csm, oggi, non può più permettersi una sola sbavatura. “Graziato” soprattutto per l’intervento di Mattarella dopo il caso Palamara, deve dimostrare di essere realmente una “casa di vetro”, e non solo perché cerchi di ostacolare il lavoro dei giornalisti con rigide circolari interni che ne bloccano il libero accesso e la visione dei documenti, anche quelli non riservati, proprio l’opposto della necessaria trasparenza (per esempio delle carte dei processi contenuta nella riforma delle intercettazioni di Orlando) e sintomo che nessuno di fida di nessuno. Proprio la “casa di vetro” invece è necessaria in vista di nomine importanti. Innanzitutto, se Criscuoli lascia (e il suo passo pare inevitabile), a prendere il suo posto non potrà essere l’ultimo rimasto dei non eletti, Bruno Giangiacomo della sinistra di Area, perché a sua volta sotto inchiesta disciplinare per via di una indagine sulla sua compagna. Area gli ha già espresso il non gradimento, invitandolo a farsi da parte. Anche per questo posto servirà dunque un’elezione suppletiva. Ma poi ci sono le nomine, a cominciare da quella del procuratore generale della Cassazione, che saranno gestite dalla quinta commissione, presieduta da Mario Suriano di Area, scelto da Ermini proprio per sostituire uno dei dimissionari (Gianluigi Morlini) del caso Palamara. Un ruolo strategico, quelle del pg della Cassazione, anche perché componente di diritto del Csm, nonché titolare dell’azione disciplinare al pari del Guardasigilli. In pole il pg di Roma Giovanni Salvi di Area e quello di Venezia Antonio Mura di Mi. Ottime carriere, ma Mi è la stessa corrente che esprime anche l’attuale presidente della Cassazione Giovanni Mammone in scadenza a ottobre dell’anno prossimo. Senza contare che Salvi gode di maggiore anzianità. Nella partita delle nomine, che seguiranno un ordine rigidamente temporale (si sceglie prima chi ha lasciato prima), la nomina del pg della Cassazione potrebbe cadere all’inizio di ottobre. Seguirà la procura di Torino, vacante da dicembre 2018 dopo il pensionamento di Armando Spataro. Poi toccherà ad altri uffici tra cui le procure di Frosinone e Torre Annunziata, per cui corre l’attuale presidente dell’Anac Raffaele Cantone, che giusto domani sarà rimesso in ruolo e tornerà a fare il giudice, collega tra i colleghi. In coda sia la procura di Roma che quella di Perugia, vacanti da meno tempo. Un Csm con impegni come questi non può dare adito ad alcuna polemica, come quella di far sedere al suo interno consiglieri chiacchierati.
 


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