Di Battista e i burattini senza fili



Il lampo negli occhi era quello di Nicolae Ceau?escu quando, affacciandosi al balcone per il consueto bagno di folla, si accorse che la medesima tonitruava invece di idolatrarlo. Sgomento, incredulità. Il viso girato verso gli assistenti di studio e la platea silente.  Poi la frase: “Oggi non applaudite nessuno? Non vi hanno fatto il gesto?”.

C’è da capirlo, Alessandro Di Battista. Per motivi di format, #dimartedì contempla una media applausi/minuto tra le più alte del mondo. Il pubblico termina le serate con le mani ustionate. La par condicio nei confronti degli ospiti è esercitata attraverso una ritmica in quattro quarti che ricorda certe canzoni di Donna Summer. Ma a lui, l’altra sera no. In una sorta di segno dei tempi che potremmo definire la “poetica del mobbasta”.

Perché vale tutto, per carità, siano qui per questo, battiamo le mani anche alla pubblicità o, come ipotesi estrema, perfino a Mario Giordano.

Se però vieni a raccontarmi che i tumori alzano il Pil, adombrando un qualche complotto che non è chiaro nemmanco a te, d’incanto mi sento come Fantozzi alla sfida di biliardo col megadirettore galattico, o come i Washington Generals alle duemillesima sconfitta con gli Harlem Globetrotters. Reagisco. E l’applauso no, non te lo faccio.

Il punto però, proprio come Di Battista, non è politico. È teatrale. Perché quello fa, da sempre, il Che Guevara a geografia variabile, quello per cui i migranti sono da accogliere solo se non rientrano nella giurisdizione di Salvini. O nel suo collegio elettorale.

Per un uomo il cui ego paga un botto di Imu ogni anno, gli applausi non fungono da termometro delle capacità di statista. Sono il fine. Come ben sapeva Casaleggio padre quando lo scelse come ragazzo immagine, sorta di Starsky senza Hutch della coppia con Luigi Di Maio, portavoce, come in un tempo lontano amavano definirsi, di una voce sola. Manipolabile per egolatria (Dibba) o per coscienza dei propri limiti (Di Maio).

Entrambi, sostanzialmente, riconoscenti. Come la maggior parte degli schiacciatasti a Cinque Stelle. E come lo stesso Grillo, che nel movimento ha trovato il suo palcoscenico ultimo. Quello da cui può chiedere – l’ha fatto ieri – la restituzione dei denari donati dai suoi a quegli improvvidi dei terremotati abruzzesi. Che riconoscenti, al voto, non lo sono stati.

È la società dell’avanspettacolo, in cui le tendenze si decidono in base al battimani, o al prossimo like. Giusto ieri, Matteo Salvini ha usato Facebook per condividere la preoccupazione di un sito ultra-bigotto che aveva colto riferimenti al demonio in uno sketch sanremese di Virginia Raffaele. “Il satanismo è un fenomeno preoccupante”, ha scritto Er Divisa, ovviamente senza crederci, esclusivamente per catturare il consenso virtuale che spera di mantenere nelle urne.

Per stavolta l’hanno applaudito. Ma prima o poi anche per lui arriverà una settimana fatta solo #dimartedì.
 
 


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