Esmo 2019: ‘Tradurre’ la scienza in cure migliori’


‘Translate science into better cancer patient care’, ovvero portare concretamente la scienza nella vita dei pazienti sotto forma di cure migliori. E’ questo lo slogan che caratterizza il Congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo) che si apre domani a Barcellona per concludersi il primo ottobre. Cinque giorni densi di appuntamenti con quasi 4mila abstract presentati e oncologi provenienti da vari paesi europei.

Focus su seno, ovaio e polmoni

Sono attesi risultati scientifici che potrebbero cambiare la pratica clinica del carcinoma mammario, polmonare e ovarico con un focus sull’immunoterapia e la medicina di precisione che sono protagonisti della scena. Ma spazio anche al ruolo dell’infermiere in oncologia, alle cure palliative, ai tumori rari e al tema dell’accesso ai nuovi farmaci. “Questo è uno dei più grandi congressi di oncologia nel mondo e uno dei posti migliori per discutere della scienza che conta davvero per i nostri pazienti”, afferma Pilar Garrido, professore associato di oncologia medica presso l’Università di Alcalá, Madrid, e presidente della ESMO Press & Media Affairs Committee. Importante anche la presenza italiana. “Come avviene ormai da diversi anni – spiega Giordano Beretta, presidente eletto Aiom e responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo – il contributo dell’oncologia italiana sarà rilevante, spaziando sia dalla ricerca su nuovi farmaci sia dalla definizione di caratteristiche atte a meglio selezionare i pazienti. Praticamente tutti gli ambiti del convegno presenteranno almeno una ricerca di autori italiani alcune anche in collaborazione con istituzioni straniere”. E in più quest’anno per la prima volta sarà un italiano, l’oncologo Angelo Di Leo, a ricevere l’Esmo Lifetime Achievement Award.

Portare la scienza nella quotidianità dei pazienti

Il tema del congresso ‘Translate science into better cancer patient care’ si riferisce alla necessità di riportare le recenti scoperte scientifiche, in ambito di biologia molecolare e di fattori predittivi di risposta ai farmaci, nella quotidianità del trattamento dei pazienti. “La capacità di meglio indirizzare le terapie, somministrandole ai pazienti che presentano caratteristiche tali da immaginare un risultato favorevole del trattamento, può consentire di ottimizzare il beneficio, ottenendo il massimo risultato nei pazienti con determinate caratteristiche e, al contempo, evitando di dare effetti collaterali inutili a pazienti con scarsa probabilità di beneficio che, magari, possono essere trattati meglio con altri farmaci”, spiega Beretta. “Questo approccio può essere ipotizzato anche nell’ambito della prevenzione, attuando dei percorsi preventivi differenti nelle diverse tipologie di soggetti, sulla base dei loro fattori di rischio, sia in ambito genetico che di stili di vita. Siamo ancora in una prima fase di questo percorso ma, se riusciremo a trasferire alcune conoscenze derivate dalle ricerche alla popolazione non ancora malata, potrebbe essere possibile ridurre l’incidenza, cioè ridurre i nuovi casi, o trovare in fase iniziale la malattia, con maggiori probabilità di guarigione”.
 

Selezionare bene i pazienti per spendere meglio le risorse

Dunque, un obiettivo ambizioso, ma si può davvero pensare di estenderlo a tutti i pazienti o vista la sempre scarsa disponibilità di fondi saranno pochi i pazienti che potranno beneficiare delle cure migliori? “Proprio la miglior selezione dei pazienti – risponde Beretta – può consentire un più corretto utilizzo delle risorse. Se do un farmaco costoso solo ai pazienti che ne beneficeranno aumento il risultato e, al contempo, riduco la quantità di farmaco impiegato rispetto ad un uso più indiscriminato, in cui la maggior parte dei pazienti, non avendo le caratteristiche per beneficiarne, non avrebbe alcun risultato con quel farmaco determinando, però, un consumo inappropriato di risorse. Questi altri pazienti potranno però beneficiare di trattamenti differenti, adatti alle loro caratteristiche, che potranno determinare loro un beneficio”. Insomma, si tratta di imparare ad usare una terapia personalizzata che, a partire dalle caratteristiche del paziente, porti ad ottenere una elevata probabilità di risultato.

 


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Carlo Verdelli
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