“Femminismo? No, con le ingegnere risultati migliori” – Repubblica.it



Bocconi amari nel corso della sua gavetta dice di averne mandati giù non pochi, ma che come i dolori del parto, una se li dimentica. Negli anni Ottanta le figlie di imprenditori finivano quasi sempre a fare il lavoro da ragioniera in amministrazione, mentre ai maschi portavano avanti l’azienda. Per Brigitte Sardo, il solito stereotipo è stato soltanto l’inizio di una carriera che l’ha condotta a diventare general manager della Sargomma, creata da suo padre Giuseppe nel 1981, quando il settore auto era in forte espansione.

Self made man, siciliano di Agrigento, emigrato per lavoro a Torino, a 49 anni Sardo decise di mettersi in proprio e avviò la vendita di componenti in gomma per forniture tecniche e industriali. La società nacque come azienda commerciale in cui si sviluppavano progetti che poi venivano realizzati all’esterno. Andava forte il mercato della telefonia, c’erano ancora la Sip e le cabine telefoniche, e Sargomma forniva anche componenti per telefoni e citofoni. Nel momento di crisi della telefonia, emigrata verso i paesi dell’Asia, la società torinese ha puntato sull’automotive.

La futura general manager, nata a Torino nel 1965, a vent’anni entra in azienda, dopo il liceo linguistico e un breve percorso alla facoltà di Economia. “Io, figlia unica e pure femmina, povero papà. Mi sono messa a lavorare, ero giovane e ambiziosa; adesso non sarebbe più possibile senza una laurea o un master che sono il minimo sindacale. Il mio primo impiego è stato in amministrazione, ho fatto dieci anni di pratica girando in tutti i reparti, seguendo a latere corsi di formazione, dalla gestione del personale all’analisi finanziaria, al marketing”.

Sardo collaborava con le maggiori carrozzerie torinesi, lavorava con gli ingegneri costruttori e forniva soluzioni di componenti per gli interni delle auto più note, per macchine per il movimento terra e macchinari agricoli. Insieme con gli uffici tecnici dei suoi clienti, a un certo punto intravide la possibilità di inserire nelle innovative cabine chiuse delle macchine agricole tutti gli elementi di confort di cui è dotata un’automobile. I componenti Sargomma montati su questi nuovi macchinari, gli garantirono un successo immediato.

Oggi i 15 milioni di prodotti venduti all’anno a 150 clienti nel mondo, per lo più grandi aziende, sono destinati a mezzi di trasporto molto diversi: dalle utilitarie alle berline di lusso, dalle macchine agricole agli yacht. “Siamo di gomma: resistenti e tutti d’un pezzo, ma anche flessibili, con una naturale vocazione al cambiamento” afferma Brigitte Sardo sul profilo della compagnia. “Abbiamo investito su quei clienti, ma senza fortuna non si fa niente e io mi reputo una donna fortunata”. E si è circondata di una nuova generazione di diciotto collaboratori e dipendenti giovani, una squadra dinamica in gran parte femminile, tra cui brillanti ingegnere, anche nelle figure di maggiore responsabilità.

“Ho imparato, magari protestando; si capisce dopo quanto sia utile approfondire le conoscenze. Anno dopo anno mi sono occupata di tutte le aree aziendali, eravamo già associati Api, l’associazione delle piccole e medie imprese, partecipavamo a progetti di formazione, tra questi uno sul passaggio generazionale. Non è facile lavorare con un genitore che ha il tuo stesso carattere, forte e determinato, non è facile per un figlio confrontarsi con il fondatore. Ci ho messo tanta buona volontà. Mi sono innamorata del mio lavoro”. Non senza un gesto di ribellione.

A un certo punto, nel corso di una scelta contrastata, Brigitte Sardo lascia l’azienda e va a lavorare da uno zio che ha una software house, una società specializzata in programmazione. “Sono caduta dalla padella nella brace, perché quel lavoro mi piaceva poco, io ho una formazione meno informatica e più commerciale. È durata pochi mesi ma è servito anche questo; secondo me i due fratelli si erano messi d’accordo. Più che contrasti, erano punti di vista diversi: alla fine il bene della famiglia ha prevalso”.

Con il suo ritorno a casa cambia anche l’impostazione della società e si apre un orizzonte più internazionale. “Abbiamo cominciato a comprare macchinari per produrre in proprio, poco per volta, sempre preoccupati della trasformazione di un’azienda che nasce con la vocazione commerciale. La nuova fase è stata affrontata a piccoli step. Io penso di aver portato in Sargomma una visione più moderna, trovando clienti su mercati italiani ed esteri. Abbiamo iniziato a esportare”. Prima in Europa, ora un po’in tutto il mondo, “teniamo conto che stiamo parlando di nicchie di mercato, l’automotive, forniamo direttamente Maserati, e Ferrari attraverso un nostro cliente. Ma il nostro core business restano gli escavatori, il movimento terra, i macchinari agricoli”.

L’imprenditrice è per sua natura fortemente ancorata alla realtà. Cinque milioni di euro l’ultimo fatturato, un risultato stabilizzato rispetto all’anno precedente, che non ha portato crescita per la società. “Il 2018 ha registrato forti rallentamenti e prevedo un 2019 non facilissimo”. Per contrastare la crisi, è stata siglata una joint venture con un’azienda turca, per cui una parte della produzione che richiede lavoro manuale e non si può automatizzare, è stata trasferita in Turchia per abbattere i costi. Da alcuni anni, inoltre Sargomma è diventata punto di riferimento della Multicraft International, un’azienda americana che ha clienti globali, specializzata nel comparto electrical e lighting del settore automotive, che l’ha scelta come partner per portare avanti i rapporti con la Fca con soluzioni sempre più innovative.

A fronte di questo, Brigitte Sardo ha messo in moto un programma di investimenti in organizzazione e tecnologia. “Per il 2019, grazie agli incentivi messi a disposizione dal programma di governo industry 4.0, abbiamo avviato un’operazione di insourcing, con l’acquisto di nuovi macchinari e l’ampliamento dell’area industriale. Stiamo importando le lavorazioni di fustellatura e del taglio ad acqua. Con più garanzie per noi: saremo più competitivi, i clienti avranno un miglior servizio e ci sarà lavoro per tutti”.

L’area produttiva si avvarrà di un nuovo capannone destinato allo stampaggio. L’aspetto strategico dell’investimento riguarda anche la componente digitale, con sistemi di controllo in tempo reale dell’efficienza e dello stato di avanzamento delle fasi di produzione. Nascerà un nuovo modello di business digitalizzato e in quest’ottica è stata scelta la tecnologia Orchestra.

In una fase in cui rallentano i risultati, diventa importante la formazione del personale “perché impari a fare dell’altro e a crescere insieme con noi. Abbiamo diverse donne ingegnere, non perché io sia femminista, ma perché nella selezione del personale sono quelle che mi hanno dato più riscontri sulla industrializzazione del prodotto”.

Brigitte Sardo fa la sua parte anche come presidente al secondo mandato dell’Apid, costola dell’Api sul versante femminile, che riunisce 380 iscritte, inserita tra l’altro all’interno della Cabina di regìa dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali). “Anche in associazione ho vissuto il passaggio generazionale: sono subentrata a una grandissima donna, Giovanna Boschis Politano, che ha la stessa età di mio padre, dopo 16 anni di mandato. Diciamo che mi piacciono le sfide. È un mondo completamente diverso da quello industriale. L’associazione aiuta molto le piccole e medie imprese, mi confronto con chi capisce le mie esigenze, e la sezione di Torino ha il maggior numero di aziende e di dipendenti a livello nazionale”.

Apid lavora su progetti europei, l’imprenditrice cita il bando vinto sui business angels, della durata di due anni, per aiutare le start up al femminile. “Anche con il Club degli investitori di cui faccio parte, mi adopero per trovare finanziamenti. È ora di restituire quello che per la mia tenacia e fortuna sono riuscita a ottenere”.

Dopo tanti viaggi in giro per il mondo, quello che le manca è un’esperienza lavorativa all’estero. “Infatti lo suggerisco ai miei figli. Carolina, 23 anni che è a Londra, laureata in business e management, già lavora da un anno, è uno di quei talenti. Come madre le auguro di trovare il lavoro che le piace. Tommaso, 18 anni, fa il liceo internazionale e si appresta ad andare oltre confine per l’università”.

Da direttore generale ad amministratore delegato? “L’ad è mio padre, non ho fretta di acquisire titoli, ho sempre paura di sembrare presuntuosa. Con mio marito, meno male, operiamo in ambiti completamente diversi ed è giusto che sia così, l’unico modo per non portare il lavoro a casa”.

Socievole, curiosa e con molti obiettivi, “li considero punti di forza, mi sento una persona positiva, i problemi ci sono e rappresentano la quotidianità, ma non sono una che li lascia maturare da soli. Credo nell’amicizia, la vita è fatta di lavoro ma il tempo è un bene prezioso”.

La famiglia e l’azienda.” Come tutte le mamme che lavorano, quando la conciliazione è impossibile, sono assalita dai dubbi e dall’idea di aver sbagliato qualcosa. Una grande mano me l’ha data mio marito: è grazie a lui se ho potuto permettermi di crescere nell’impresa. In azienda mio padre, a casa mio marito, senza questi due uomini non sarei arrivata fin qui”.

Le piace il cinema. Guardarlo ma anche produrlo. “Una passione di questi ultimi anni, anche per diversificare, seguire altri stimoli e darsi nuovi traguardi. Mi ha portato a fare investimenti in questo campo. Ho aperto nel 2014 Gran Torino production, è una piccola società nata a Londra tra me e mia figlia. Ho coprodotto due film, Habit of beauty e Dove non ho mai abitato, ci siamo appoggiati ad altre realtà. Adesso stiamo lavorando a un cortometraggio, genere Quentin Tarantino, molto particolare, siamo ancora in fase embrionale. Ho messo insieme un gruppo di otto donne imprenditrici che non si sono mai trovate in ambito cinematografico e le ho convinte a fare un piccolo investimento. Siamo noi le artefici e gireremo nel 2019. Il corto serve a promuovere una talentuosa regista italiana, che va aiutata a crescere. Sarà nella nostra lingua ed è, mi pare, un bellissimo progetto di cinema di qualità, con un soggetto piuttosto difficile. Non c’è ancora niente di ufficiale. Per ogni nuovo progetto c’è sempre un diverso angelo custode”.

Come nasce il suo nome Brigitte? “Amici svizzeri dei miei genitori avevano una figlia che si chiamava così. Mi registrarono però come Brigitta perché i nomi stranieri non si potevano usare. E da piccola me ne vergognavo”.


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