Giocare con i Pokemon allena la memoria


“PIKA…. Pika… Chuuu”. Chi da bambino, o magari anche più grandicello, si è divertito guardando le vicende degli strani animali nati dalla fantasia di Satoshi Tajiiri, sappia che le loro gesta rischiano di rimanere indimenticabili nel cervello. Magari non tutti. Ma dal curioso Pikachu alle similtartarughe capaci di colpire con l’acqua oppure ai pupazzi rosa che inducono una forte sonnolenza, chi si è appassionato a questi cartoons può aver “scavato” per loro una sorta di nicchia all’interno del cervello. Il motivo? Questi personaggi sono tanto diversi da ciò che incontriamo ogni giorno, anche nel mondo animale, da riuscire ad imprimere la loro indelebile impronta sulla memoria.

Lo studio Usa

A lanciare la curiosa ipotesi dell’impossibile “oblio” per i Pokemon è una ricercar condotta da Jesse Gomez dell’Università di Stanford, apparsa sulla rivista Nature Human Behavior. Lo studio, vale la pena di dirlo, ha preso in esame un piccolo campione di adulti che avevano in comune una caratteristica. Tutti, quando avevano sei o sette anni, avevano giocato per ore ed ore, ogni giorno, con i Pokemon. E, almeno questa era la base della ricerca, le curiose ed uniche caratteristiche dei vari soggetti potevano creare una situazione del tutto particolare sulla memoria, tanto di imprimersi nel ricordo a lungo termine. Il motivo? Come segnala lo stesso Gomez su un comunicato stampa della stessa Università, “ciò che rende unici i Pokemon è che si tratta di centinaia di personaggi ed è necessario conoscere tutto di loro in modo da poter giocare con successo. Per questo ho immaginato che se non ci fosse una regione apposita per questo scopo, questo non avrebbe mai potuto accadere”.

L’area Pokemon della memoria

Lo studio ha preso in esame 11 adulti, di età media di circa 30 anni, che nel corso dell’infanzia erano stati veri e propri “campioni” nel gioco con gli animali di fantasia. Come popolazione di controllo sono stati considerati altrettanti adulti, simili per caratteristiche, che non avevano giocato con i Pokemon. Tutti i soggetti sono stati sottoposti a risonanza magnetica e le scansioni hanno dimostrato che le aree che rispondevano allo stimolo della visione dei cartoni erano le stesse in entrambe le popolazione. In particolare, gli stimoli si concentravano nella zona che si trova dietro le orecchie, il solco occipito-temporale, che è poi l’area in cui si concentrano le risposte in caso di visione di animali. Il dato interessante, però, è un altro. In chi era diventato un vero e proprio esperto di Pokemon in età infantile, ovvero nel periodo in cui la plasticità cerebrale è massima, questa zona è apparsa particolarmente “sensibile” e con essa la memoria correlata.
 

Come si verifica l’effetto “memoria”

A determinare questa situazione sarebbe in particolare un meccanismo visivo, “iperallenato” nei soggetti che sviluppano una determinata abilità come quella dell’individuazione e del ricordo degli animali di fantasia. In pratica, infatti, sarebbe il nostro modo di guardare le cose e le dimensioni delle cose che fissiamo a favorire il ricordo e l’immagazzinamento in una determinata area. Visto che i Pokemon sono  molto piccoli e vengono “fissati” soprattutto nella regione centrale della retina occupando un’area molto piccola, mentre un volto è più grande ed impegna un maggior spazio sulla regina, il sistema sarebbe studiato per fare in modo che particolari immagini vadano ad occupare aree molto specifiche, come quella citata, ed in esse vengano fissate.

Il commento

Quali possono essere le ripercussioni scientifiche di questa ricerca? Ecco il parere di Massimo Tabaton, docente di Neurologia all’Università di Genova.  “L’autore principale dello studio, Gomez della Stanford University, è un’autorità nel campo della biologia del comportamento – commenta l’esperto. I risultati dimostrano che il “potenziamento a lungo termine”, l’attività sinaptica che è il substrato della memoria, è specifica di determinati stimoli ed interessa precise e limitate aree cerebrali. Inoltre, lo studio evidenzia che “l’allenamento” di determinate funzioni cerebrali dura nel tempo, suggerendo che possa essere codificato nel Rna dei neuroni.

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