Google vs Huawei. È iniziata la guerra fredda della tecnologia e le sue conseguenze sono controintuitive


ROMA – La Casa Bianca ha deciso di portare nelle nostre tasche la guerra commerciale, decidendo di mettere al bando alcune aziende cinesi dalla tecnologia statunitense. Una delle conseguenze è che Google è stata obbligata a sospendere l’export – fa sorridere, ma tecnicamente si chiama così – del proprio sistema operativo Android sugli smartphone Huawei, il secondo produttore al mondo, dopo Samsung e prima di Apple.

 

Non è sempre facile cogliere l’aspetto storico di una vicenda in evoluzione, ma la notizia del blocco assomiglia a un passaggio che ricorderemo. Nell’epoca in cui le guerre si combattono anche con controllo dell’informazione (e disinformazione) e la creazione del valore aggiunto passa attraverso aziende-piattaforme digitali, chiudere un ponte come quello su cui viaggiava il sistema operativo equivale a una dichiarazione di guerra. Non ci sono gli araldi ad annunciarla, ma le aziende ne subiscono già gli effetti.

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Siamo abituati a pensare che una guerra commerciale (o dell’informazione) non porti a conseguenze dirette nelle nostre vite. Ma l’evoluzione di oggi dimostra il contrario. E la deriva che sembra prendere la sfera digitale sembra plasmata pericolosamente dall’avanzata dei sovranismi in politica. Siamo cresciuti con una rete Internet, e l’eccezione cinese della rete censurata. Diventeremo grandi in un mondo con più Internet, divise, e con la mano pubblica che stringe in un pugno le aziende private.

 

Ci abbiamo già fatto l’abitudine con l’informazione: apriamo il newsfeed di Facebook e leggiamo “notizie” personalizzate, curate solo per noi. Ma finora abbiamo dato per scontato che un sito Internet (o un sistema operativo) sarebbe stato aperto, disponibile, uguale per tutti. Non è più così. Ogni sistema – o regime – pretenderà il controllo del giocattolo, diventato troppo succulento per lasciarlo ai privati.

 

Nell’immediato, il blocco provocherà un danno significativo a Huawei. La società garantisce che i telefoni funzioneranno, ma il sistema operativo che fino a ieri ha dato forza alla crescita dei dispositivi cinesi sarà nei fatti monco. Non è ancora chiaro, per esempio, se le varie app sviluppate sul sistema Android potranno essere aggiornate alle prossime versioni, e gran parte delle app più utilizzate rilasciano aggiornamenti ogni settimana. Diventare obsoleto significa non poter competere, prima o poi.

 

Ma la mossa più interessante della giornata, che conferma la frammentazione di Internet sul lungo termine, è l’annuncio di Huawei. I cinesi hanno infatti spiegato di avere un piano B, un sistema operativo fatto in casa e pronto al debutto per sostituire Android. Gli effetti dell’annuncio nell’economia digitale sono significativi: da due sistemi operativi prevalenti (iOS, di Apple, e Android), se ne aprirebbe un terzo. La competizione è sempre benvenuta ma gli effetti collaterali vanno calcolati.

 

L’elemento controintuitivo della storia ha a che fare proprio con questi nuovi sistemi. Oggi forse i decisori a Washington non possono interessarsi delle conseguenze sul comparto tecnologico perché impegnati a negoziare con Pechino anche su molti altri fronti. Ma se bloccare oggi Huawei sembra una mossa coraggiosa, domani potrebbe significare che Google si trovi a perdere in un giorno solo il 15% degli smartphone mondiali che adottano il suo sistema operativo. Ancora, Xi potrebbe giocare una contromossa e bloccare l’export dei preziosi iPhone che Apple produce in Cina.

 

È paradossale, ma le aziende private – criticate perché troppo grandi e troppo potenti, divenute perfino oggetto di campagna elettorale -, saranno obbligate a trovare una soluzione, un compromesso. Anche se la politica sembra aver segnato la strada: a volte con buone intenzioni, altre senza capire il contesto. Internet non è più una.


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