Guido Quaranta, il cronista che disvelò le miserie del Palazzo


Quando il potere era ancora il Potere, e quindi un’entità distante e ingannevolmente sacrale, Guido Quaranta, che ieri se n’è andato a 91 anni, ebbe il gusto, l’abilità, il divertimento e la fortuna di poter dimnostrare che non era proprio così; e che anzi il Palazzo era popolato per lo più di poveracci con i loro guai, le loro magagne, le loro frustrazioni, e l’aggravante di dover tutto questo nascondere o mascherare – ma invano. Su e giù per il Transatlantico, senza requie, con puntate nelle nicchie e negli anfratti di Montecitorio dentro cui, una notte, restò chiuso dentro.

Sfrondare gli allori dalle capocce dei potenti è dunque il più bel compito e la migliore lezione che Quaranta, sublime e superbo ficcanaso, lascia al giornalismo. E la prova regina della sua allegra integrità di cronista, sbocciato a Panorama, poi a lungo all’Espresso, sta nel fatto che nessuno dei “reggitori” di Stato, di partito o di azienda editoriale ha mai mosso un dito perché egli facesse, come orribilmente si dice, “carriera”; con la felice colpa, tuttavia, di aver tutelato i suoi lettori che ritrovandoselo al comando di qualche Tg o Rai Parlamento avrebbero perso le sue cronache sulfuree; e lui stesso c’è da pensare che si sarebbe immalinconito o peggio dannato dinanzi alla possibilità di trasformarsi in una delle due ordinarie caricature di giornalisti politici poco sorvegliati: la “trombetta” e il “trombone”.

Si deve del resto al suo magistero la storica distinzione fra cronisti “squali” e cronisti “tonni”. Oltre che per questo tratto di indipendenza, l’oleografia palatina celebrerà sua leggenda ricordando le peripezie, i trucchi, i travestimenti, occhiali da sole, grembiule da inserviente, Moro una volta fece il gesto di cercarlo sotto un tavolo; come pure ci si soffermerà sui soprannomi (fu detto “La Supposta”), le maledizioni bibliche delle sue vittime, i ceffoni ricevuti e ridati. Ma in realtà, nei primi anni 70, come nessuno Quaranta ha scarnificato il potere mostrandone i lati più veri e umani con uno stile innovativo che a suon di realtà spezzava le ingessature e seppelliva la vetusta nota politica, detta “pastone”, pure sbertucciando le interviste compiacenti.

Si può aggiungere che i suoi grandi meriti professionali, così come la sua collocazione nella storia del giornalismo, s’incrociano in modo indissolubile a come era di persona: un uomo piccolino e a prima vista timido e discreto, accento piemontese, erre moscia, sguardo da furetto, un che di teatrale che lo rendeva istintivamente e straordinariamente simpatico, quindi naturalmente depositario di confidenze. Che lui regolarmente tradiva scrivendole, a beneficio non delle sue fragili e vanitose fonti, ma di chi comprava il giornale.

Veniva dal giornalismo comunista e di Pci non si occupava. Ha scritto molti libri. Ha ottenuto alcuni voti alle elezioni per il Quirinale. Ha consegnato l’ultimo pezzo pochi giorni fa: sembra retorica d’occasione, ma è vero. I veri giornalisti, ma più ancora i giornalisti veri, scrivono fino alla fine.


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Mario Calabresi
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