Ictus: c’è più tempo per intervenire con i farmaci


IN CASO di ictus, il tempo è decisivo: bisogna, infatti, intervenire con estrema rapidità e arrivare quanto prima al pronto soccorso più vicino per limitarne i danni. Ma oggi, finalmente, arriva una buona notizia. Secondo un gruppo di esperti, riuniti nei giorni scorsi al congresso dell’European Stroke Organisation (Esoc2019), il periodo di tempo necessario per somministrare il trattamento trombolitico e limitare, quindi, i danni causati dall’ictus cerebrale è maggiore. E si aggira, secondo il nuovo studio pubblicato sul Lancet, intorno alle 9 ore dopo la comparsa dei primi sintomi.

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Il fattore tempo

L’ictus cerebrale è una patologia tempo-dipendente, vale a dire che più tempo passa più il cervello viene danneggiato. Questa patologia è, infatti, caratterizzata dall’improvvisa interruzione dell’afflusso di sangue in una parte del cervello, che causa la comparsa di deficit neurologici, tra cui paralisi della metà del corpo, impossibilità di parlare o di capire e danni nel campo visivo. E se il flusso di sangue non viene ripristinato, i deficit diventano permanenti, in quanto i neuroni vanno incontro a una degenerazione irreversibile. Ed è perciò fondamentale che, alla comparsa dei primi sintomi, il paziente venga trasportato il prima possibile al pronto soccorso più vicino, per un ricovero nell’Unità Neurovascolare (Stroke Unit), unità specializzata nel trattamento dell’ictus in fase acuta.

“Esistono, tuttavia, significative differenze sul territorio nazionale relativamente all’accesso a tali cure, in particolare le regioni del centro-sud hanno una disponibilità di centri inferiore al fabbisogno stimato”, spiega Vincenzo di Lazzaro, Direttore di Neurologia del Campus Bio-medico di Roma. “Un altro problema non trascurabile è l’arrivo dei pazienti in Pronto Soccorso al di fuori della finestra per il trattamento di rivascolarizzazione, e ciò è dovuto anche al fatto che l’ictus non viene sempre riconosciuto come un’emergenza medica”.

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Il trattamento trombolitico

Fino ad oggi si è lavorato con una finestra temporale molto ristretta in caso di pazienti che hanno subito un ictus . La trombolisi, terapia basata sull’utilizzo dell’alteplase, un farmaco in grado di sciogliere i coaguli nell’arteria cerebrale occlusa, deve essere effettuata entro 4-5 ore dalla comparsa dei sintomi. Mentre nel caso in cui nelle arterie di maggior calibro la trombolisi non sia stata sufficiente, si ricorre alla più recente tecnica della trombectomia meccanica, ossia rimuovere il coagulo mediante dispositivi meccanici per via endoarteriosa, che deve essere effettuata entro le prime 6 ore dall’esordio dei sintomi.

“Oggi la finestra temporale per ristabilire la circolazione cerebrale, tramite farmaci firbinolitici, in grado cioè di sciogliere il trombo che ha ostruito l’arteria, o per via endovascolare, utilizzando quindi dei sistemi meccanici di aspirazione, è limitata a poche ore, al di là delle quali la terapia non è più efficace”, spiega Di Lazzaro. “Ma, anche all’interno della finestra temporale utile al trattamento, tanto è precoce l’intervento, tanto è più elevata la probabilità di recupero”.

Efficacia fino a 9 ore

Dal congresso Dell’European Stroke Organisation, invece, arriva la buona notizia che il trattamento trombolitico può essere somministrato, con buoni risultati, entro una finestra temporale più lunga, ossia fino alle 9 ore dalla comparsa dei sintomi, nei pazienti selezionati mediante l’utilizzo di tecniche di neuroimaging avanzate, cioè in grado di individuare la presenza di parti del cervello a rischio di danno irreparabile, ma ancora potenzialmente salvabili se il flusso di sangue viene ripristinato.

“Tuttavia – commenta Di Lazzaro – questo approccio può essere utilizzato solamente in pazienti valutati con indagini neuroradiologiche avanzate in grado di dimostrare e di quantificare la presenza di tessuto cerebrale che può essere ancora recuperato. È, quindi, richiesta una organizzazione ancora più complessa delle unità di trattamento neurovascolare in termini di apparecchiature e, soprattutto, di personale dedicato”.

La tempestività è essenziale

Sebbene lo studio rappresenti una tappa importante nella ricerca sul trattamento dell’ictus, sottolinea Di Lazzaro, sono comunque necessari ulteriori indagini per confermare su grandi numeri questi nuovi risultati. “ Se i risultati verranno confermati sarà possibile che nelle future revisioni delle linee guida si stabilisca una finestra terapeutica più ampia per il trattamento acuto dell’ictus”, conclude l’esperto. “Non bisogna tuttavia mai dimenticare che la tempestività rimane fondamentale. Più precoce è l’intervento più sono efficaci le terapie, minori sono le complicanze acute del trattamento e minore è il deficit residuo del paziente. Rimane, perciò, valido il motto “time is brain”!”.
 

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