Il cappio dei dazi all’export di Made in Italy. Vendite verso 500 miliardi, ma con tante incognite – Repubblica.it


MILANO – Aggrappati all’export, con lo spauracchio dei dazi. I recenti dati sul Pil hanno dimostrato come il timido rimbalzo dell’economia italiana si leghi alla domanda estera più che a quella interna e che la capacità di esportare Made in Italy resti elevata si ritrova anche nel rapporto di Sace Simest, la società del gruppo Cdp dedicata all’internazionalizzazione delle imprese, presentato oggi a Milano.
 

La spada di Damocle dei dazi

Ma, ammonisce lo stesso documento, “gli effetti di un’escalation protezionistica portata avanti dagli Stati Uniti potrebbero essere significativi sia per le economie più direttamente coinvolte, sia a livello globale, in considerazione degli impatti sulla fiducia degli operatori e sulle catene del valore”.

Se, per il momento, il nostro export è pronto a chiudere il 2019 con una crescita del 3,4% (dopo il +3,1% dell’anno scorso) ed è proiettato a toccare il valore di 500 miliardi di beni venduti fuori dai confini nel 2020, gravano molti rischi su questa tabella di marcia.

Il cappio dei dazi all'export di Made in Italy. Vendite verso 500 miliardi, ma con tante incognite

Ad esempio, stima il rapporto di Sace Simest, “qualora Washington decidesse, nel corso del 2019, di imporre un dazio del 25% su tutti i prodotti provenienti da Pechino e sulle importazioni di autoveicoli dal mondo (esclusi soltanto Messico e Canada, con i quali è stata raggiunta un’intesa per la modernizzazione del Nafta – ora denominato Usmca), le ripercussioni negative si estenderebbero a macchia d’olio sull’intero sistema del commercio internazionale. In caso di una simile escalation, le esportazioni italiane di beni verso il mondo aumenterebbero più lentamente (-0,2 punti percentuali nel 2019 e -0,6 nel 2020), con impatti ancora più marcati per le nostre vendite verso gli Stati Uniti (-0,7 nel 2019, -1,1 nel 2020)”.

Se poi si considerasse anche l’effetto sull’economia cinese e sui mercati emergenti, a cascata anche in quelle zone andremmo in sofferenza: “Questo aggraverebbe ulteriormente l’impatto sulle esportazioni italiane di beni complessive, le quali sarebbero inferiori di 0,8 punti percentuali nel 2019 e 1,7 punti nel 2020”. Ma non è tutto: “Non è da sottovalutare l’eventuale rallentamento della Germania, prima geografia di destinazione delle nostre merci e, più in generale, un’economia strettamente connessa a quella italiana. Una frenata più marcata del previsto influenzerebbe in maniera negativa l’export italiano”.

Commentando i dati, il presidente di Sace Beniamino Quintieri ha sottolineato la resilienza dei nostri esportatori: “Le nostre imprese esportatrici stanno raccogliendo i frutti di un lavoro di riposizionamento verso un’offerta di sempre più alta qualità, fattore che ci contraddistingue sui mercati esteri e che è strategico in questa congiuntura perché ci mette, almeno in parte, al riparo dalle conseguenze dirette di dinamiche quali la guerra commerciale”.

Indicativo dei rischi globali quel che è accaduto nel mondo dell’elettronica. “La dinamica del commercio mondiale nel 2017 era stata favorita da una forte ripresa nel comparto dei semiconduttori (e, più in generale, dell’elettronica, la quale rappresenta circa il 10% del totale degli scambi globali)”, dice il Report in un suo approfondimento. “Soltanto il commercio degli smartphone aveva contribuito a circa un sesto della crescita degli scambi a livello globale”. Poi il rallentamento della domanda, l’allungamento dei cicli di sostituzione e l’eccesso di capacità produttiva hanno fatto deragliare la dinamica nel 2018. Oggi, con le guerre tecnologiche e commerciali che imperversano, è difficile immaginare un immediato cambio di rotta.
 

Paesi e settori più dinamici

Sace stima allora dove possano esserci gli scenari più favorevoli per le nostre imprese. Le partnership estere saranno fondamentali: tra queste in particolare si focalizza su Brasile, India ed Emirati Arabi, che da soli nel 2022 domanderanno dall’Italia 2,5 miliardi di euro di export aggiuntivo rispetto al 2018. L’Africa Subsahariana sarà però l’area più dinamica del 2019 per le esportazioni italiane, che segneranno un +6% di crescita, in linea con la performance dell’anno precedente (+7,2%). Senegal e Ghana si affiancano a mete più tradizionali come il Sudafrica.

L’Asia e il Nord America sono due aree di importanza strategica per l’export italiano: nel 2019 si prevede una crescita del 4,9% in entrambe le geografie. Anche le vendite nell’Europa emergente e nei Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti segneranno una crescita positiva (+4,1%), con Polonia, Repubblica Ceca e Russia che contribuiranno in maniera significativa alla domanda di beni italiani nella regione. L’Europa avanzata, che da sola rappresenta ancora il 52,9 % del nostro export totale di beni, continuerà a garantire il suo supporto fondamentale (+3,2%), con la performance della Francia sopra la media. L’area Medio Oriente e Nord Africa si trova invece sul banco di prova quest’anno, chiamata a recuperare la performance non brillante del 2018 (-7,4%) legata soprattutto alle tensioni geopolitiche nell’area e ai prezzi delle commodity ancora su livelli ben inferiori rispetto al passato. 

Dal punto di vista dei settori, dopo un anno assai volatile con punte e bassi, nel 2019 i raggruppamenti cresceranno tutti a tassi compresi tra il 3,1% e il 3,8%. Saranno i prodotti agroalimentari a spingere le nostre vendite all’estero nel 2019 (+3,8%), seguiti dai beni intermedi, che grazie alla farmaceutica contribuiranno in maniera positiva alla dinamica delle nostre esportazioni (+3,6%), i beni di consumo, con in prima linea abbigliamento e arredamento (+3,4%) e infine i beni di investimento, raggruppamento che ha il maggior peso sul nostro export (40% del totale), che cresceranno a un ritmo leggermente inferiore rispetto agli altri (+3,1%), complici l’incertezza globale e le difficoltà del settore automotive.


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Babà Napoli

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