Il cuore delle donne, troppo spesso trascurato



Il cuore delle donne al centro della scena. Nel senso letterale del termine. La scena è infatti quella del teatro di Villa Sordi, l’abitazione dell’Albertone nazionale oggi gestita dalla Fondazione che porta il suo nome. Sul palco si alternano pazienti e artiste, in un dialogo con il pubblico sapientemente punteggiato dagli interventi del cardiologo che ha fortemente voluto questo incontro, Massimo Romano, oggi responsabile del reparto di Cardiologia e riabilitazione cardiologica presso l’Istituto Clinico Cardiologico di Roma e titolare della Cardiologia domiciliare della Asl RM C. Nell’incontro sostenuto da Fidapa, la Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari, si parla dunque di cuore e di donne, di prevenzione e di guarigione, ma anche di malattia. E di un rischio che troppo spesso è sottovalutato proprio dalle signore, troppo impegnate a gestire le malattie dei familiari per capire che qualcosa non va anche nel loro organismo, soprattutto dopo la menopausa. “Per sensibilizzare le donne sulle cardiopatie ho scelto di utilizzare non numeri e grafici, ma la pittura, la poesia e il canto”, spiega Romano, “volevo far comprendere che ci sono diverse forme di comunicazione in campo medico, tutte ugualmente importanti. L’obiettivo è quello di far passare un messaggio: le innovazioni scientifiche non sono pienamente sfruttabili se non sono adattate a ogni singolo essere umano nella sua unicità”. 

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A raccontare le loro storie sono tre pazienti: Dina, 84 anni, attrice; Gabriella, anche lei sopra gli ottanta, che gestisce un ristorante. E Francesca, sulla quarantina, mamma single di tre bambini. Tre donne diverse, con impegni e aspettative diverse, con stili di vita e fattori di rischio diversi. Ma che ugualmente hanno dovuto fare i conti con una patologia cardiovascolare difficile da diagnosticare e non sempre facile da trattare. Racconta Dina: “Avevo forti aritmie, un grande affanno, quando dovevo entrare in scena avevo paura di dimenticare tutto. I medici mi dicevano ‘è l’età, cosa ci vuol fare’. Ma io non mi sono data per vinta. Dovevo lavorare, avevo ancora tanto da dare al teatro”. Dina, commenta Romano, aveva una valvulopatia, una stenosi aortica degenerativa. Per risolvere il suo problema era necessaria un’operazione. Avevamo a disposizione diverse opzioni, dice Romano, e abbiamo scelto non la tecnica migliore in assoluto, ma quella che più si adattava alle necessità di Dina: un’attrice che doveva tornare presto sulle scene. Alla base di questa decisione, continua il medico, c’è non soltanto la competenza scientifica, ma anche e soprattutto l’ascolto della paziente e la comprensione delle sue specificità. “Anche quando il tempo sembra mancare, è necessario porsi in ascolto e capire cosa ci sta chiedendo il malato che abbiamo di fronte”.

Gabriella, che gestisce un ristorante, non riusciva neanche a fare le scale. Pervasa da una stanchezza che non la abbandonava mai, aveva una pressione molto alta e livelli di colesterolo molto oltre la media. “I medici erano perplessi: cosa mai vorrà questa anziana signora, perché non accetta il lento declino della vita? In realtà, ho scoperto in seguito, avevo una cardiopatia ischemica. Così ho innanzitutto cambiato alimentazione, e ho perso peso”, racconta, per poi essere sottoposta a un intervento di by-pass aorto-coronarico e poi di angioplastica carotidea e scongiurare il rischio di ictus e infarto. La prima cosa da fare, commenta Romano, è dunque agire sullo stile di vita. Ma quest’azione va sempre concordata con il paziente, che deve essere consapevole e coinvolto nel cambiamento, attraverso la comunicazione.

A Francesca, invece, i medici dicevano che era stressata. Il suo malessere era dovuto alla fatica della vita quotidiana, all’organizzazione scolastica dei figli, ai continui spostamenti richiesti dalle attività sportive. Dunque la diagnosi era “attacchi di panico”, e la prescrizione “riposo”. Poi, racconta la giovane donna, è arrivato un TIA, un attacco ischemico transitorio, “Mi si è appannata la vista da un occhio, non riuscivo a muovere il braccio e la gamba della parte sinistra del corpo”. Francesca, spiega Romano, aveva un PFO, l’acronimo che indica il forame ovale pervio. “Una sorta di buchino nel cuore, due centimetri e mezzo di apertura tra l’atrio destro e quello sinistro”, che avrebbe in breve tempo provocato un ictus. Una condizione, sottolinea il cardiologo, che interessa quasi il 30% della popolazione ma che molto raramente si decide di verificare negli studi medici. Francesca è stata operata con una sorta di ombrellino che ha chiuso il buco e fatto scomparire i disturbi. “Anche in questo caso, la soluzione è nell’ascolto. Dialogare con i pazienti, stabilire insieme a loro una strategia terapeutica”. E, conclude Romano, uscire dagli studi per raccontare al grande pubblico, come in questo caso, cosa significa occuparsi al meglio del proprio cuore.


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