‘La Beatrice’, un monologo in otto storie per raccontare il tumore al seno


“Non bisogna abbattersi mai nonostante spesso rimaniamo da soli con noi stessi, con questa ‘cosa’. Gli ho dato anche un nome, quindi ci parlo”. La ‘cosa’ è il cancro al seno, “la malattia che ti distrugge”. E’ la malattia che accomuna otto donne, persone con storie e vite diverse e distanti, che hanno accettato di raccontarsi alla regista Irene Di Lelio che, insieme alla dottoressa Anna d’Eugenio, dell’ambulatorio di medicina integrata del centro di Senologia dell’ospedale di Ortona, diretto dal professor Ettore Cianchetti, ha dato vita al progetto ‘La Beatrice’, che porta in scena il momento (forse) più delicato della vita di 8 donne, fondendo insieme teatro e docufilm.

Queste donne, oltre alla forza di affrontare la malattia, hanno avuto il coraggio di raccontarla, accettando che venissero messe in scena le loro parole, le loro voci, le loro canzoni, in un percorso di rielaborazione della “cosa” che le ha rese protagoniste del loro stesso percorso curativo. Il loro racconto, la scrittura, l’adattamento teatrale, che Riccardo Perazza ha ripreso in tutte le sue fasi (il documentario sarà proiettato per la prima volta domenica 23 giugno nel teatro comunale di Orsogna, in provincia di Chieti), ha avuto il suo epilogo nelle serate di sabato 14 e domenica 15 aprile, in una delle sale di palazzo Farnese, ad Ortona (in provincia di Chieti).

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Lì, per la prima volta queste donne, accompagnate da mariti e figli hanno rivissuto la loro storia attraverso Beatrice: “Loro mi hanno fatto un grande regalo – dice Carlotta Mangione, con una increspatura di emozione nella voce – donandomi la loro vita, la loro essenza. E io alla fine ho sentito il bisogno di toccarle, abbracciarle. Perché la ‘restituzione’ in pubblico ha bisogno di un incontro fisico”.

'La Beatrice', un monologo in otto storie per raccontare il tumore al seno

“Restituzione”, l’attrice usa questo termine proprio della parte finale del percorso psicoanalitico, per raccontare la dinamica che si sviluppa davanti ad una platea di sessanta persone in poco più di un’ora (“un’ora, nove minuti e 32 secondi – dice sorridendo la regista – Carlotta è di una precisione impressionante”). Ma la restituzione non è solo simbolica, è anche materiale: in fase di elaborazione del testo, alle donne è stato infatti chiesto di donare a ‘Beatrice’ un loro oggetto personale, che le ha accompagnate durante la malattia. E alla fine dello spettacolo, l’attrice restituisce alle donne i loro doni e una luce simbolica: “Sono parti di loro che diventano fiori”, spiega Carlotta Mangione.
 
“Irene e Anna sono state brave ad unire le nostre voci in quella di Beatrice – commenta Federica, gli occhi ancora rossi per le forti emozioni che le ha restituito lo spettacolo terminato da pochi minuti – Ci hanno fatto domande non solo legate alla malattia, ma ci hanno chiesto un ricordo, una canzone. E sono state bravissime ad unire i nostri racconti in Beatrice. Durante lo spettacolo ho sentito una voce sola, siamo diventate la voce di tutte le donne che affrontano questo percorso”.

'La Beatrice', un monologo in otto storie per raccontare il tumore al seno

‘Beatrice è una donna giovane, di circa 40 anni’, si legge nel copione. E’ lei che, come la Beatrice di Dante, simboleggia la Donna, e restituendo la voce delle otto donne che hanno aderito a questo progetto, guida chi la ascolta, attraverso il corpo e la voce di Carlotta Mangione. Una donna-simbolo che, al centro della scena, raccoglie e restituisce agli spettatori un momento sospeso, senza tempo, quello che sarà per sempre, e per tutte, lo spartiacque fra un “prima” e un “dopo”. “Il professore mi ha detto: ‘Qui non si tratta di salvare un seno o un capezzolo, ma di salvarti la vita’ – racconta Rosanna, mentre il chirurgo la guarda assorto – Poi diventa tutto un altro tipo di femminilità, ti senti donna, perché ti accetti, perché hai tanto da dare”.

“Venivo da un’altra esperienza ospedaliera molto negativa – aggiunge Federica – Quando sono arrivata qui non camminavo più, ero su una sedia a rotelle, mi ero gonfiata e non mi avevano dato più speranze. Qui è cambiato tutto. Irene nella nostra tragedia non ci ha fatto sentire donne sfortunate”.

Ma la vita di queste donne si incrocia anche con quelle dei loro compagni e dei loro figli: “I miei bimbi hanno vissuto anche il periodo della perdita dei capelli. Abbiamo fatto anche le sfilate con i parrucchini – recita Carlotta/Beatrice, portando in scena le parole di Flavia – Non portavo mai un parrucchino uguale. Li ho cambiati sempre. E a volte non mi riconoscevano. Ora sto facendo una nuova chemio e ne ho già scelto uno nuovo”.

“Dopo dieci mesi dalla morte del padre per un tumore – racconta Rita – sono tornata a casa e ho detto ai miei figli che dovevo operarmi anch’io. Ho sentito mio figlio che pregava: ‘Cara madonnina, ti sei presa mio padre, ora non renderti anche mia madre’. Un giorno mia figlia mi ha vista uscire: ‘Vai dalla dottoressa? Portale questo’ e mi da il disegno di un enorme cuore”.

“All’inizio di questa storia ero totalmente diversa – dice Beatrice durante lo spettacolo – E i bimbi si sono dovuti adattare a questo cambiamento. Io non gliel’ho fatta vedere come una fine. Per me non c’è una fine. Non gliel’ho mai fatta vivere come “tumore uguale morte”. No. Io gli ho dato sempre la speranza”.

“Durante lo spettacolo – racconta Flavia – il mio figlio più piccolo piangeva: ‘Mamma, questo regalo che ci hanno fatto è un bel regalo’. Poi ha aggiunto: ‘Mamma, voglio dire al professore che se ti ammali, ti deve salvare ancora'”.


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