La sfida del lavoro dopo il diploma. Its, la porta alla professione che in Italia fatica ad aprirsi – Repubblica.it


MILANO – Oltre mezzo milione di studenti sui banchi per sostenere la maturità, poi arriverà una delle prove più toste della gioventù: come trovare lavoro? La metà dei diplomati prenderà la via dell’Università, scegliendo dunque di proseguire gli studi. Quali strade si aprono per gli altri? Tre gli strumenti principali di inserimento nel mercato del lavoro in Italia – gli Its (Istituti tecnici superiori), i tirocini o gli apprendistati – e molte le ombre che, per una ragione o per l’altra, ancora si allungano sulla transizione. Tema messo a fuoco dall’Osservatorio statistico dei Consulenti del Lavoro, in vista del Festival del Lavoro in programma a Milano fino a sabato.

I numeri dicono che gli Its funzionano, ma sono una nicchia ancora minuscola. Le norme li hanno disegnati come un punto d’incontro tra la domanda di lavoro delle aziende e il sistema di formazione terziaria locale. Nascono dal ‘fare rete’ delle società che hanno bisogno di figure specializzate in ambiti tecnici peculiari. E infatti chi li frequenta ha un’alta probabilità di entrare nel mondo del lavoro: l’80% dei diplomati, a un anno di distanza, è inserito. E in ben nove casi su dieci in un’area coerente con il percorso concluso, dice l’Osservatorio.

Il segreto del loro successo sta nel ritagliare la formazione esattamente sul lavoro. Mobilità sostenibile, tecnologie dell’informazione, meccanica e moda sono gli ambiti in cui la catena formazione-lavoro è più oliata. Eppure ancora non spiccano il volo, soprattutto se confrontati alle esperienze dei nostri vicini europei. In Germania, le analoghe Fachschulen hanno permesso nel 2016 (ultimo dato Eurostat disponibile) di ottenere un diploma a 288 mila giovani, la metà di quelli che hanno conseguito un titolo di studio dopo le scuole secondarie (l’altra metà si è laureata). In Francia si scende leggermente (al 27,5%, pari a 213 mila ragazzi e ragazze), in Spagna si arriva a 132 mila e nel Regno Unito a 94 mila. In Italia? Numeri irrisori: ci si ferma a quota 11 mila, solo il 2,8% di coloro che hanno acquisito un titolo post-secondario.

Persone che hanno conseguito nel 2016 un titolo di studio post-secondario non universitario (ISCED 2011 4, 5 e 65) e universitario (ISCED 2011 64, 7 e 8) in alcuni paesi dell’Unione europea (scala sinistra: valori assoluti in migliaia; scala destra: incidenza percentuale sul totale)

Persone che hanno conseguito nel 2016 un titolo di studio post-secondario non universitario (ISCED 2011 4, 5 e 65) e universitario (ISCED 2011 64, 7 e 8) in alcuni paesi dell’Unione europea (scala sinistra: valori assoluti in migliaia; scala destra: incidenza percentuale sul totale)

Un ritardo dovuto, spiegano all’Osservatorio, alle difficoltà di organizzare la filiera: le nostre aziende di medie e piccole dimensioni fanno fatica a mettere in piedi i percorsi formativi, cosa che invece riesce facile ai grandi colossi tedeschi o alla ramificata burocrazia statale francese. Il risultato è che “la lacuna più grave del sistema formativo italiano”, insieme alla dispersione universitaria, è proprio “la mancanza di diplomati terziari non universitari”, sottolinea l’Osservatorio. In questa voce, più che nello scarso numero di laureati, sta il deficit di adulti con un titolo di istruzione terziaria in Italia rispetto al resto dell’Unione europea.

Quali alternative, allora, per i prossimi neo-diplomati? Nel 2018 circa 330 mila persone sono state avviate a tirocinio formativo e di orientamento, 156 mila delle quali sono giovani fino a 24 anni. Gli esperti stimano che siano 20 mila quelli appena maggiorenni, freschi di istruzione secondaria. I risultati di questa esperienza, che garantisce solo una piccola indennità di competenza di Regioni e Province autonome, sono difformi. “Dipende dall’ente promotore del progetto di formazione”, ragionano all’Osservatorio. Il rischio è che vengano colte solo “opportunità transitorie, magari piani nazionali incentivati, con approccio opportunistico da parte dell’azienda che accoglie il ragazzo o di chi gestisce i programmi di tirocinio”, aggiungono.

Gli stessi Consulenti del Lavoro ne organizzano, con tassi di inserimento occupazionale a sei mesi di oltre il 60%. Nel caso di Garanzia Giovani, il principale programma nazionale, con un diploma superiore il tasso è poco sopra il 40%. In crescita, infine, il canale dell’apprendistato: nel 2018 si calcola che siano stati inseriti in aziende con il contratto professionalizzante quasi 19 mila neodiplomati, con un +10% rispetto al 2017. Ma la formula è legata a doppio filo con l’intensità di domanda di lavoro e infatti quasi tre contratti su quattro sono concentrati nel Nord Italia. A generare attenzione è la convenienza offerta al datore di lavoro, che assumendo l’apprendista per due anni risparmia sia sulla retribuzione (due qualifiche inferiori a quella ‘normale’) che sui contributi. Non a caso, l’apprendistato è calato fortemente quando sono entrate in vigore le pesanti decontribuzioni per i contratti a tutele crescenti, per poi risollevarsi con il loro esaurirsi. In fin dei conti, la leva del costo del lavoro vince su ogni tentativo di abbinare formazione e percorso professionale.


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Babà Napoli

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