La Terra si fa un “selfie” per cercare meglio altri mondi abitabili


Può sembrare banale, ma se vogliamo dare veramente trovare i “gemelli della Terra“, dobbiamo cercare di capire come potrebbe apparire la Terra stessa vista dai telescopi di una ipotetica civiltà aliena. E vedere se somiglia a qualche altro posto che vediamo là fuori. Insomma, dobbiamo farci un “selfie” e, come su Tinder, sperare in un “match”. In fondo, il nostro è l’unico pianeta che conosciamo sul quale si è sviluppata la vita, confrontare le sue “impronte digitali” con quelle di altri mondi potrebbe essere la chiave per scoprire quali riportano la stessa firma biologica. Un paio di recenti studi si sono concentrati proprio su questo.

La Terra vista dagli alieni

Gli scienziati del California institute of technology e del Jet propulsion laboratory hanno analizzato circa 10.000 immagini che il satellite della Nasa deep space climate observatory (Dscovr), ha scattato alla Terra a differenti lunghezze d’onda tra il 2016 e il 2017. Poi hanno ridotto tutto quanto, per guardarlo come apparirebbe ad alieni che abitano a diversi anni luce di distanza: uno spettro a dieci lunghezze d’onda tracciato nel corso di due anni. Confrontando i dati con il mappamondo, hanno individuato quali sono quelle specifiche che corrispondono alle terre emerse e, per esempio, alle nuvole. Il risultato è una mappa sfumata che ricalca, in maniera approssimativa, la divisione tra oceani e terraferma.

Certo, non ci aspettiamo di trovare un vero “gemello”, con le stesse, precise caratteristiche. Il lavoro del team statunitense (pubblicato su The Astrophysical Journal Letters) potrà però servire da modello per individuare le peculiarità di un esopianeta (un pianeta fuori dal Sistema solare) abitato, appunto, come il nostro. Quali sono acqua in abbondanza, nuvole e ghiaccio ai poli.

L’impronta digitale

L’hanno chiamata proprio così gli astronomi della McGill University, in Canada, presentando lo studio pubblicato suMonthly Notices of the Royal Astronomical Society: “impronta digitale della Terra”. In particolare, della sua atmosfera. In fondo, i pianeti extrasolari di taglia terrestre sono talmente piccoli, bui e lontani, da confondersi, nella stragrande maggioranza dei casi, nella luce della loro stella. Dunque sarà difficile, per molto tempo ancora, riuscire a distinguerne i tratti come oceani e terre emerse. Quello che gli scienziati pensano di fare già da tempo, però, è analizzare la loro atmosfera, osservandoli quando transitano davanti al loro sole.

Anche pochi raggi di luce, filtrati dall’atmosfera di quei pianeti, arrivano a noi portando la firma dei gasi che hanno attraversato, sotto forma di linee spettrali. Di nuovo bisogna mettersi dalla parte di chi stiamo cercando, per capire cosa vedrebbero loro, gli alieni, questa volta con le informazioni del satellite canadese Scisat: “Alcuni ricercatori hanno provato a simulare lo spettro di transito della Terra ma questo è il primo spettro empirico di transito all’infrarosso –  spiega Nicolas Cowan della McGill  – questo è quello che astronomi alieni vedrebbero se osservassero un transito della Terra (davanti al Sole)”. Sarà quello che avranno in mano i futuri cacciatori di esopianeti per capire se c’è là fuori qualche atmosfera che somiglia alla nostra. Cercheremo metano, ozono e ovviamente ossigeno. Quei gas che vengono definiti biosignature, firme della vita, dato che tendono a combinarsi molto facilmente e quindi a ‘sparire’, la loro presenza nell’atmosfera per lunghi periodi di tempo indica che c’è qualcosa (o qualcuno) che li produce.

Aspettando il James Webb

Ma di nuovo, per vedere queste caratteristiche non bastano i telescopi attuali. Il grande protagonista di questa caccia a mondi alieni abitabili sarà, nei prossimi anni, il James Webb space telescope della Nasa. È il più grande telescopio spaziale mai costruito, appena finito di assemblare, e che dovrebbe decollare nel 2021. Secondo gli scienziati, il JWST sarebbe in grado di individuare tracce di gas come anidride carbonica, vapore acqueo e, osservandoli per un tempo sufficiente, persino metano e e ozono nelle atmosfere, per esempio dei pianeti attorno alla stella Trappist-1, a circa 40 anni luce di distanza. Uno dei sistemi planetari più promettenti con diversi candidati nella cosiddetta “fascia di abitabilità”, alla distanza giusta per supportare l’acqua liquida sulla loro superficie.

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Carlo Verdelli
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