Le grandi fughe, Guido Messina: “Quei 5000 metri solo contro tutti”



Le sue fughe erano inseguimenti. Su pista e su strada. Però, non di cinque chilometri, come avrebbe detto uno stradista, ma di cinquemila metri, come avrebbe specificato un pistard. Una botta, una progressione, una corsa, una corsa nella corsa, a tutta, alla morte, all’asfissia, fino all’arrivo, al traguardo, allo striscione. E così fece anche quel 14 maggio 1955, prima tappa del Giro d’Italia, la Milano-Torino, 158 chilometri di strada più quei cinquemila metri di strada trasformata in pista, finali, decisivi, storici.

Guido Messina: “Era la mia occasione, la mia distanza, la mia corsa. Cinquemila metri, da solo, contro tutti. E giocavo in casa: da San Mauro a Torino, poi corso Casale, infine il Motovelodromo, la mia seconda casa. Il gruppo aveva appena ripreso il mio compagno Tino Coletto, in fuga sul Sambuy. Ci fu un attimo di tregua. Presi una spinta, tipo americana, proprio da Coletto. Scattai. Guadagnai un centinaio di metri. Mi erano sufficienti. Abbassai la testa, appiattii la schiena, mulinai i garretti. Quei cinquemila metri li feci a tutta, alla morte, all’asfissia. Senza voltarmi, perché chi si volta è perduto. Raggiunsi – mi dissero – anche una trentina di secondi di vantaggio: il gruppo sorpreso, indeciso, incerto. Poi resistetti al suo ritorno: il gruppo organizzato, offeso, affamato. Entrai in pista da solo. La conoscevo a memoria, avrei potuto farla a occhi chiusi. Anello in cemento, folla in piedi, boato da brividi. Vinsi”. Cinque secondi su un olandese, Daan De Groot, nove su Franco Aureggi, il belga Henri Van Kerckhove e Tranquillo Scudellaro, 23 sul gruppo di Van Looy, Magni, Coppi, Nencini, Koblet, Defilippis… Messina indossò la maglia rosa. Ed è la più antica maglia rosa vivente.

Guido Messina era il re dell’inseguimento su pista: un oro olimpico (a squadre, nel 1952), due ori mondiali fra i dilettanti (nel 1948 e nel 1953, più due bronzi), un oro mondiale fra i professionisti (nel 1954), ne avrebbe conquistati altri due (nel 1955 e nel 1956), più tre titoli italiani (dal 1954 al 1956). “L’inseguimento su strada è la muta dei cani che rincorre una lepre. L’inseguimento su pista è due lepri che si rincorrono. Quel giorno ero la lepre inseguita da una muta di cani, una lepre non impaurita, ma coraggiosa. Bisogna avere coraggio, e poi saper lanciare la sfida, gestire le forze, gambe e polmoni, cuore e testa, non voltarsi mai, crederci fino in fondo”. Perché in fondo c’è la cima, la vetta, il paradiso.

Guido Messina ha la bellezza di 88 anni e una memoria ancora più bella. “Siciliano di Monreale. Papà mugnaio, mamma a casa con quattro figli, io il più piccolo. Scuole, il minimo: elementari. Poi lavoro: prima con mio padre, tirando su e giù da un carretto sacchi di farina da 50 chili, quindi garzone da un ciclista mancato, il mio compito era raccogliere i soldi di chi era in ritardo con i soldi dell’affitto. Loro scappavano, io li inseguivo: inseguimento. Cominciò tutto così. Finché emigrai da Monreale a Torino, su un treno, in terza classe, quattro giorni di viaggio. Un altro lavoro: da Bruno, anche lui siciliano di Monreale, con un negozietto di bici in piazza Savoia. Da lui, con lui, casa e bottega. Quando seppe che avevo la passione per il ciclismo, e che al paese la domenica correvo, senza allenamento e senza bici, facendomi prestare la bici dagli amici, mi dette una possibilità”. Corridore: “La prima corsa, a 15 anni, nel 1946, ancora in Sicilia. ‘Stacchiamolo’, si dicevano. Ma io tenevo duro. ‘Stacchiamolo’, si ripetevano. Ma io li riprendevo. ‘Stacchiamolo’, si ostinavano. Mi fecero morire, ma arrivai, sesto su sei. E la prima corsa al nord, a Genova, nel 1947, leggendo un annuncio sulla ‘Gazzetta dello Sport’. Mi alzai alle quattro di mattina, che poi era ancora notte, presi il treno a Porta Nuova alle cinque, solito vagone di terza classe, a Genova alle sette e mezzo, colazione in un bar – cappuccino, brioche e tanto zucchero -, partenza alle otto, un centinaio di partenti, su e giù, su e giù, ogni salita perdevamo una decina di corridori finché rimanemmo in tre, a quattro-cinquemila metri dal traguardo detti una botta, li staccai, vinsi da solo”.

E quell’antica maglia rosa? “Il giorno dopo la Milano-Torino era in programma la Torino-Cannes, 243 chilometri, con il Colle di Tenda e il Col de Braus. Un tappone da uomini di classifica. Infatti: primo Magni, secondo Coppi, terzo l’olandese Wagtmans, quarto Nencini… Io caddi, venni staccato, arrivai dietro. Ma ci riprovai: a Genova e ad Ancona fui terzo, a Lido di Jesolo sesto, l’ultima tappa a Milano nono all’arrivo e quarantasettesimo in classifica a un’ora e un quarto da Magni. Ma io ero un uomo da cinquemila metri. Adesso quella maglia rosa la tengo in un cassetto. E se nel cassetto, di solito, c’è un sogno, allora quella maglia rosa è uno di quei sogni che hanno avuto il merito di trasformarsi in realtà”.


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