Lega, truffa elettorale, Renzi: “I 49 milioni usati per fake news: Salvini non querela. Chissà perché”


“In una intervista ho detto che per me la Lega ha usato parte dei 49 milioni di euro che deve restituire allo Stato per creare la macchina della propaganda su Facebook, la cosiddetta Bestia. Ho chiesto a Salvini: se non è vero, querelami. Ovviamente con una strana argomentazione Salvini ha annunciato che non mi querela”. Lo scrive Matteo Renzi sulla sua Enews.

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“Questo che cosa significa? Amici, ho l’impressione che su questa storia dei 49 milioni di euro, delle fake news, delle strane sponsorizzazioni di Salvini siamo solo all’inizio di una lunga storia. Ora facciamo le elezioni, poi da metà giugno ne parliamo. E alla Leopolda10 (18/20 ottobre) saremo ancora più chiari”, aggiunge Renzi.

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L’intervista cui fa riferimento l’ex premier l’ha rilasciato ieri a Repubblica. “Affermo pubblicamente che Salvini ha utilizzato parte dei 49 milioni per creare ‘La Bestia’, lo strumento di disinformazione della Lega. Sono curioso di capire se sarò querelato”. Questa era stata l’affermazione di Renzi che, a suo dire, non sarà oggetto di querela da parte del segretario della Lega.

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La replica di Salvini

Alla provocazione di Renzi aveva replicato sempre ieri Matteo Salvini rispondendo a Lucia Annunziata. “Non querelo quasi mai nessuno – ha dichiarato il titolare del Viminale – ho querelato Saviano perché ha detto che aiuto la mafia e sono il ministro della malavita, invece io la combatto. Se avessi dovuto querelare Renzi tutte le volte che mi ha insultato… Lo stanno giudicando gli italiani. Io non ho toccato una lira, quello che stiamo facendo lo stiamo facendo senza amici banchieri”.

La storia della truffa elettorale della Lega

Durante la gestione di Bossi-Belsito erano stati presentati dei rendiconti falsi alla Camera e al Senato che indussero il Parlamento a erogare alla Lega contributi elettorali per 49 milioni. Quando Bossi fu cacciato con il movimento delle scope, parte di quei soldi erano nelle casse del partito. Una parte fu erogata durante le segreterie di Roberto Maroni prima e Matteo Salvini. Fu proprio Repubblica per prima a dare la notizia del coinvolgimento dell’ex governatore della Lombardia e dell’attuale vicepremier e ministro dell’Interno il 2 novembre del 2015.

Quel che è certo è che quei 49 milioni milioni oggetto della truffa di Bossi-Belsito non furono restituiti al Parlamento, ma furono spesi durante le gestioni Maroni-Salvini. E nessuno sa che fine abbiano fatto. Ecco perché a Salvini viene chiesto da più parti, e ora in modo così provocatorio da Renzi, dove siano spariti quei soldi.

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L’indagine dei pm di Genova nel frattempo, dopo la condanna di Bossi e Belsito (e l’accordo stipulato dalla Lega di restituire la somma in 80 anni), prosegue con l’ipotesi di riciclaggio: al vaglio di pm e gdf (che hanno compiuto rogatorie anche in Lussemburgo) c’è la documentazione del fondo Pharus Management, società di gestione patrimoniale che opera anche in Svizzera, e hanno anche sentito alcune persone a conoscenza di passaggi e provenienza dei soldi.

L’indagine ha preso le mosse seguendo a ritroso le tracce di una decina di milioni di euro che, dopo la caduta di Umberto Bossi e la condanna in coppia con l’ex tesoriere Francesco Belsito, dalle casse della Lega, gestioni Roberto Maroni e Matteo Salvini, erano finite in una serie di conti correnti bancari, poi erano stati dispersi fra alcune fiduciarie riconducibili, secondo la procura, a soggetti vicini alla Lega per poi rientrare in un conto di ‘transito’ della Cassa di Risparmio di Bolzano.

La Sparkasse aveva investito dieci milioni nel fondo Pharus e all’inizio del 2018 tre milioni erano rientrati in Italia. Era scattata una segnalazione dell’antiriciclaggio, Sparkasse aveva sostenutoche si trattava di “investimenti propri della banca, che non appartenevano ad alcun cliente”. Ma per la procura di Genova che aveva aperto un fascicolo per riciclaggio quello fu un indizio concreto. Ed erano scattaete le perquisizioni alla Sparkasse.

Matteo Salvini ha ripetuto a più riprese (anche a ‘Porta a Porta’) che “i soldi non sono né in Italia né in Lussemburgo”.

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