L’export cinese va in sofferenza, riapertura debole per le Borse – Repubblica.it



MILANO – Andamento difficile per le Borse asiatiche, dopo i dati sull’export cinese che hanno mostrato qualche segnale preoccupante nell’ottica degli investitori con i primi contraccolpi derivanti dalla guerra dei dazi. Anche in Europa gli scambi partono deboli, così come puntano al basso i future negli Stati Uniti, dimostrando che questo rally di inizio 2019 sta probabilmente lasciando spazio a una fase di incertezza legata ai dubbi sull’andamento economico globale.

Sui mercati del Vecchio continente torna ad agitarsi lo spettro della Brexit, in attesa del voto – previsto per domani – al parlamento britannico sul piano May. Milano segna un calo dello 0,4%, Francoforte perde lo 0,6% e Londra lo 0,5%. In ribasso anche Parigi a -0,85%. A Piazza Affari si guarda al comparto bancario, dopo le prime indicazioni sui test di solidità da parte della Bce: in sofferenza il Monte dei Paschi (segui in diretta).

Questa mattina, la Borsa di Tokyo è rimasta chiusa per il “seijin no hi”, la festività nipponica che celebra il il raggiungimento della maggiore età. Invece Hong Kong cede l’1,5%, in netto ribasso insieme alle Borse cinesi: Shanghai -0,7%, Shenzhen -0,8%. Wall Street riparte oggi dopo la chiusura negativa di venerdì, la prima dopo cinque di fila con il segno positivo: il Dow Jones ha perso lo 0,02%, ma in settimana ha guadagnato il 2,5%, e il Nasdaq lo 0,21% (+3,5% nell’ottava).

Lo spread tra Btp e Bund tedeschi si muve in leggero rialzo in apertura dei mercati, restando comunque poco sotto 265 punti base: il decennale italiano rende il 2,9%. L’euro apre stabile e sale lo yen: la moneta europea passa di mano a 1,1476 dollari e 124,15 yen. Dollaro/yen giù a 108,18 . Stabile lo yuan onshore a 6.7560 sul biglietto verde.

Come accennato, sul fronte macroeconomico il dato più rilevante riguarda l’andameno del commercio estero cinese. Nel 2018 le esportazioni di Pechino sono aumentate del 7,1% e le importazioni del 12,9%. Il surplus commerciale con gli Stati Uniti è salito del 17% circa, alla cifra record di 323,3 miliardi di dollari nel 2018, mentre a livello complessivo è sceso di oltre 16 punti percentuali a 351 miliardi. Pur in presenza di questi tassi – che all’occhio del lettore occidentale sembrano irraggiungibili – i mercati si sono soffermati sul rallentamento complessivo dell’export di Made in China, in particolare nel mese di dicembre quando le esportazioni sono calate a sorpresa del 4,4% e le importazioni del 7,6%. Insomma, il ragionamento è che alla lunga le tensioni commerciali stanno iniziando a farsi sentire e urge una soluzione di compromesso tra le due superpotenze: le ultime giornate di trattative hanno aperto spiragli, ora i dati sembrano chiedere lo scatto definitivo. L’agenda macro presenta poi i dati sulla produzione industriale dell’Eurozona.

Il prezzo dell’oro mantiene i rialzi e viene fissato in Asia a 1292 dollari l’oncia (+0,1%). Il metallo beneficia dei dati sull’inflazione Usa, diffusi venerdì che dovrebbero portare la Fed, a un approccio più cauto sul rialzo dei tassi di interesse. Il petrolioWti apre la settimana con un calo dell’1,45% a 50,81 dollari al barile, estendendo la discesa di venerdì mentre il Brent cede l’1,31% a 59,08 dollari. Gli investitori segnalano, fra le cause, alcune prese di profitto, il ribasso dei mercati azionari e i dati elevati sulla produzione dei shale degli Usa. Emergono piccole tensioni nel fronte del cartello e dei suoi affini. La Russia si muove “meno di quanto ci piacerebbe” nell’implementazione dei tagli produttivi concordati nell’Opec”, sostiene il ministro del Petrolio saudita, Khalid al-Falih alla Cnbc.


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