L’intelligenza artificiale batte l’uomo anche al videogame


ROMA – Una nuova sfida vinta dal software. Dopo aver battuto l’uomo a scacchi e a poker, l’intelligenza artificiale adesso lo ha superato anche nei videogiochi, come ‘Rubabandiera’, popolare gioco in 3D. Protagonista di questa nuova affermazione è il sistema della Google DeepMind (un’impresa britannica di intelligenza artificiale controllata da Alphabet), descritto nello studio pubblicato sulla rivista Science dal gruppo di Google coordinato da Max Jaderberg. Si tratta di un sistema che è capace di imparare da solo, conoscendo esclusivamente le regole di base e giocando contro sé stesso, fino a diventare un campione.

L’apprendimento di rinforzo, il metodo utilizzato per addestrare i giocatori ‘artificialmente intelligenti’, ha dimostrato di riuscire a produrre soggetti in grado di navigare in ambienti sempre più complessi per un giocatore singolo. Questi possono anche raggiungere il livello di maestria umana ai videogiochi. Ma la possibilità di giocare a livello multiplayer, cioè con più soggetti in una partita, aveva eluso le capacità dei sistemi di intelligenza artificiale fino ad oggi. Jaderberg e colleghi hanno invece presentato un ‘agente Ai’ addestrato all’apprendimento di rinforzo in grado di raggiungere prestazioni di livello umano in un videogioco ‘rubabandiera’ in 3D. Secondo gli autori, nel tempo i giocatori ‘virtuali’ hanno sviluppato in modo indipendente strategie di livello sorprendentemente alto, non diverse da quelle messe in campo da abili giocatori umani. E, a sorpresa, nella vera sfida con l’uomo hanno vinto, anche quando i tempi di reazione sono stati rallentati a livelli umani.

In passato altre sfide tra l’intelligenza artificiale e l’uomo hanno visto quest’ultimo uscire sconfitto. Una delle prime vittorie di un computer sull’uomo è quella di Deep Blue della Ibm, diventato famoso nel 1997 per aver battuto il campione mondiale di scacchi, Garry Kasparov. Un altro esempio è il programma AlphaGo, sempre della Google DeepMind, che nel 2016 ha sfidato e battuto 4-1 uno dei campioni del mondo nell’antico gioco da tavola cinese, il Go, considerato uno dei più intuitivi e difficili per il numero pressoché infinito di mosse possibili.

Anche nel poker i sistemi di intelligenza artificiale non se la cavano male. Come dimostra Libratus, dell’Università americana Carnegie Mellon, che a Pittsburgh nel 2017, in un torneo di poker di 20 giorni, ha vinto 1,7 milioni di dollari battendo quattro tra i giocatori più forti al mondo. O ancora l’esempio di DeepStack, messo a punto tra Canada e Repubblica Ceca dall’Università canadese dell’Alberta, che ha battuto l’uomo nel Texas Hold’em, la variante più complessa del poker.


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