L’ultimo campione della “Great Generation”



Era l’ultimo campione di un’America che muore, l’America della “Great Generation”, la grande generazione che vinse, non soltanto per se stessa, il duello mortale contro l’Asse. “Poppy”, come in famiglia chiamavano il 41esimo presidente americano George Herbert Bush fino dalla sua infanzia, è stato l’irrepetibile incarnazione di quella aristocrazia bianca, protestante, anglosassone, con radici profonde più dell’esistenza degli Stati Uniti e con lontane parentele con le famiglie reali inglesi. Quella gente d’altri tempi che aveva saputo combinare il profitto privato con il servizio pubblico, la ricchezza con il sacrificio, il potere con il pudore.
 
Radicalmente diverso dal figlio George W che avrebbe preso, otto anni dopo di lui, lo scettro della nazione, e che pure fisicamente tanto gli somigliava, “Poppy” aveva assorbito con il latte della madre quella cultura dell’ “understatement”, dell’antiesibizionismo che gli sarebbero costate accuse di indifferenza, di altezzosità, di goffaggine e, in ultima istanza, la rielezione alla Casa Bianca contro Clinton nel 1992. “Meno volte userai il pronome ‘io’ e migliore sarai” gli aveva insegnato Dorothy, la madre, anche lei prodotto di quella America del New England imparentata con il Puritanesimo e così paradossalmente lontana da quel Texas dove ora George H Bush è morto, il figlio George W è andato in pensione dopo la disastrosa persidenza ed entrambi hanno fatto le proprie fortune politiche.
 
  Ma la fortune famigliari dei Bush, una dinastia che ormai largamente oltrepassa quella dei Kennedy avendo prodotto ben due presidenti, e due governatori di stati, che possono tracciare la propria genealogia fino al reverendo Metodista che emigrò dall’Inghilterra nella seconda metà del ‘600, e vantano cuginanze di 17esimo grado con il figlio di Diana Spencer, il futuro re William, risalgono tutte alla Costa Atlantica, non dal petrolio che lui trovò a Odessa, nel Texas, sforacchiando la crosta terrestre sopra il lago nero del Bacino Permiano. Fu tra il Vermont e il New Hampsire, tra la bottega di fabbro ferraio aperta del figlio del reverendo patriarca fino alla spregiudicatezza finanziaria del padre, Prescott Bush, a Wall Sreet, che la dinastia sarebbe prosperata.
 
Poppy era nato “con il cucchiaio d’argento in bocca”, come si dice dei figli dei letti benedetti dal Dio del dollaro e dell’influenza politica, accolto per meriti famigliari nei migliori licei e poi a Yale, dove avrebbe saldato la propria rete di amicizie e di complicità con i soci della segretessima fraternità del “Teschio e delle Ossa”. Quel gruppo di studenti dai quali sarebbe nata poi la Cia, la centrale di spionaggio che lo stesso George avrebbe poi diretto. Eppure, a differenza del primogenito “W” che si sarebbe imboscato nella Guardia Nazionale del Texas per non rischiare il  Vietnam, “Poppy” disubbidì al padre, rifiutò la pur legittima esenzione come universitario e si arruol volontariamente in Marina, poche ore dopo la notizia dell’attacco giapponese a Pearl Harbour. Addestrato come aviatore di Marina e divenuto il più giovane tenente pilota di tutta la flotta, Bush fu abbattuto dalla caccia nemica sopra l’isolotto di Chichi Jima, nel Pacifico, e miracolosamente ripescato da un sottomarino americano di pattuglia in quelle acque sconfinate. Approfittò della licenza seguita a quel naufragio per sposare la ragazza che aveva incontrato a un ballo di società prima di andare al fronte, Barbara Pierce. La donna che sarebbe stata sua moglie per 70 anni e oggi la sua vedova.
 
In questa sua assoluta, indelebile lealtà alle persone, al suo essere sempre un uomo di squadra, piuttosto che un “conducàtor” di folle e di partiti, avrebbe dovuto i suoi successi e i insuccessi. Bush il Vecchio non soffriva la maledizione del carisma, non era affetto dalla malattia del liderismo o dell’affabulazione ciarliera. Pessimo oratore, impaziente ascoltatore, sarebbe stato crocefisso alle sue leggendarie gaffe e formule sprezzanti. “Che cosa sarebbe questa storia della ‘visione’ che io non ho?” disse sprezzante a chi gli rimproverava di non avere grandi idee, nè ideologie. La sua occhiata nervosa all’orologio al polso, durante un dibattito contro il seducente, ma verbosissimo Bill Clinton concionava, fu colta dalle telecamere, che lo trafissero.

La mancanza di “contatto con la gente comune” parve cementata dalla sua ignoranza del prezzo del latte al supermarket sempre in un dibattito, come se un Presidente americano andasse a far la spesa ogni mattina. E forse il furono il sushi, la differenza oraria, la stanchezza del viaggio o la noia straziante della cerimoniosità giapponese, ma la sua vomitata in diretta nel grembo del premier Kiichi Myazawa che lo ospitava a una cena ufficiale, certificò la sua fama di “wimp”, di mollaccione viziato. “Sembra non capire perchè dovrebbe essere presidente e dunque non può pretendere che lo capiamo noi elettori” scrisse acido il commentatore George Will, pure un conservatore.
 
Non lo era affatto, un “wimp”. Quando tutti i repubblicani fuggivano da Richard Nixon come da un untore nei primi anni ’70, Bush, senatore del Texas dopo due trombature, accettò la presidenza del partito, tra gli sguardi di condoglianze dei colleghi. Da quella posizione tentò di battersi con la nomina di ROnald Reagan e la dottrina economica che aveva definito “economia da vodoo” nella pretesa di diminuire le tasse aumentando le spese militari. Ma fu fedelissimo vice proprio per Reagan, prima di succedergli, nonostante l’odio feroce della destra estrema, quella che poi, con l’etichetta dei Neo Con avrebbe inghiottito e stordito il figlio presidente. Non esitò ad aumentare le tasse, dopo avere giurato di non farlo, per non sfasciare il bilancio nazionale sconquassato da Reagan, pur sapendo che quella decisione gli sarebbe costata la Casa Bianca. Alla impudenza gangsterisca del generale Noriega, “Faccia d’Ananas” che aveva fatto di Panama una repubblica del narcotraffico rispose con un’operazione militare che lo depose e lo catturò.
 
E quando, nell’agosto del 1990, Saddam Hussein credette di potersi annettere impunemente il Kuwait e i pozzi di petrolio dai quali l’America, e l’Europa, attingevano, seppe costruire una coalizione globale, paesi arabi inclusi, che diede alla “Tempesta nel Deserto” quella rispettabilità e legittimità internazionale che l’avventurismo della “Coalizione dei Volenterosi” imbastita dal figlio George W per invadere l’Iraq non avrebbe mai avuto. Le parole del 41esimo presidente, quando dovette spiegare perchè non avesse seguito l’esercito irakeno in rotta verso Bagdad, suoneranno, dieci anni più tardi, come il consiglio che l’irruente e impreparato erede avrebbe dovuto seguire: “Occupare l’Iraq ci avrebbe precipitato in una guerriglia urbana che non avremmo mai potuto vincere, sprofondando quella parte del mondo in un abisso di instabilità”. Era un sospetto ben noto, e confermato dalle sortiete pubbliche dei suoi fedelissimi come i generali Scowcroft e Powell che il padre, privatamente, disapprovasse quello che il figlio aveva fatto.   
 
Alla luce di quel che il Partito Repubblicano americano è diventato, allo sbandamento della destra Usa in preda a teste calde, ideologhi, fanatici e uomini di paglia come Mitt Romney, il vecchio Bush è il rimpianto di un tempo di individui privilegiati, ma non egoisti, potentissimi, ma non prepotenti, forti, ma non sbruffoni. Poppy, che aveva osato sfidare la coalizione dei parlamentari sudisti al Congresso e votare sia per i diritti civili dei neri che per le campagne a favore del controllo delle nascite, si era beccato in Parlamento il soprannome sprezzante di “Rubber”, slang per il preservativo e perse le elezioni contro Clinton per l’enorme fetta di voti conservatori portati via dagli Indipendenti di Ross Perot, e questo dopo avere conosciuto un indice di approvazione mai raggiunto prima, l’89 per cento. Si ritirò con il consueto “aplomb”, a Houston, non nella più sfacciata Dallas, dove ora vive George Figlio, concedendosi soltanto qualche bravata pubblica, come il lancio con il paracadute per l’80esimo compleanno.
 
Non un finalone, quel balzo dall’aereo, per un uomo che era stato direttore della Cia, ambasciatore all’Onu, primo rappresentante americano in Cina, vicepresidente per otto anni, presidente per quattro, che aveva dovuto condurre l’America negli anni della decomposizione dell’Urss, fra il 1989 e il 1991, condurre l’ultima guerra mondiale e riaffiorare dal Pacifico dopo essersi paracadutato in emergenza da un aereo in fiamme. Ma lui era così, un aristocratico Wasp del Nuovo Mondo, schivo di sè, terrorizzato dall’egolatria della politica spettacolo, timoroso di ostentare la propria ricchezza oltre il suo unico vizio: un motoscafo superveloce tipo “Sigaretta” che pilotava nella acque del Maine, davanti alla casa di famiglia a Kennebunkport, come i Kennedy veleggiavano per le macchine da presa. Pudico dei propri sentimenti al punto di non avere mai voluto rivelare di avere portato al collo per cinquant’anni una medaglietta con una semplice scritta: “Per amore di Robin”, che aveva con sè anche alla fine. Robin era la sua prima figlia, uccisa dalla leucemia prima di avere compiuto quattro anni.


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