Mi trasferisco negli Usa, cosa succede alla mia pensione? – Repubblica.it


Gentile esperto,
ho 55 anni e l’azienda italiana per cui lavoro come dirigente mi sta proponendo, in un movimento di promozione con assunzione di superiori responsabilità, il trasferimento per la durata di 2 anni a New York non con il solito rapporto da “distaccato”, bensì come “localizzato”, cessando quindi il rapporto di lavoro italiano ed instaurandone uno esclusivo negli USA.  Le perplessità che ho riguardano il sistema dei contributi previdenziali (INPS e fondo pensioni), che ritengo essere più favorevole in Italia che negli USA, il che mi penalizzerebbe in termini pensionistici, interrompendo la contribuzione in un momento chiave della carriera (oltre a farmi perdere la quota di accantonamento TFR con relativa rivalutazione).
Vi chiedo perciò: 
che cosa, quanto, a livello previdenziale maturerei negli USA? Sarebbero quei 2 anni di lavoro sufficienti a maturare una quota – seppur piccola – di trattamento pensionistico, oppure avrei la possibilità di ritirare il montante della contribuzione versata?
Infine, per quello che dovrebbe essere un trattamento “equo” da parte dell’azienda, con la quale i rapporti sono assolutamente in bonis, suppongo che io dovrei negoziare un pacchetto retributivo così strutturato (che per semplicità di analisi ripartisco in quote):
–          Una quota lorda (in USD) che al netto (della tassazione USA) mi permetta di ricevere lo stesso netto percepito oggi in Italia, e questo per non essere penalizzato, si comprende;
–          Una quota lorda il cui netto sia pari a quanto concordato per le maggiori spese estere (casa, living, auto, etc.);
–          Una quota lorda il cui netto sia pari alla contribuzione INPS che l’azienda avrebbe versato (circa il 23% se non erro), che poi io riverserei all’INPS quale contribuzione volontaria (immagino le norme vigenti mi permettano di farlo, corretto?);
–          Una quota lorda il cui netto sia pari alla contribuzione che l’azienda avrebbe versato al Fondo Pensioni (4-5% c.ca), che poi io riverserei al Fondo quale contribuzione volontaria;
–          Una quota lorda il cui netto sia pari al valore del TFR che l’azienda mi avrebbe normalmente accantonato, che io poi deciderei come impiegare, versandolo volontariamente o trattenendolo come liquidità.
 
Vi sembra un’analisi corretta ed esaustiva? Ho dimenticato qualcosa?

a cura di FONDAZIONE STUDI CONSULENTI DEL LAVORO


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