Milano, il corteo contro la chiusura del centro per il rimpatrio di via Corelli e il decreto Salvini


Collettivi politici di sinistra e anarchici, sindacati di base, centri sociali, associazioni cattoliche e laiche che si occupano di accoglienza agli immigrati. Sono almeno 10mila i cittadini che si sono dati appuntamento in piazza Piola a Milano per manifestare contro la decisione del ministero dell’Interno di chiudere la struttura di accoglienza per richiedenti asilo di via Corelli, il Cas, per trasformarlo in Cpr, centro per il rimpatrio. L’intervento del governo riporta la storia del centro di via Corelli indietro di cinque anni. Nel 2013 infatti che fu decisa la svolta per la struttura: da luogo di detenzione amministrativa degli stranieri senza permesso di soggiorno a centro per l’integrazione. Gli slogan sono “Mai più lager” e “Fermare Salvini”.

La questione della destinazione e dello scopo del centro di via Corelli impegna gli esecutivi da vent’anni, trasversale a governi di destra e sinistra. I Cpt, centri di permanenza temporanea, furono infatti istituiti nel 1998 dalla legge Turco-Napolitano e al tempo i Radicali e Rifondazione comunista parlarono di “strutture inumane e illegali”. Di fatto, gli stranieri senza permesso di soggiorno o con documenti non validi vi venivano rinchiusi in stato di detenzione, identificati e nel caso ce ne fossero i presupposti, espulsi dall’Italia. Successivamente i centri furono rinominati dai governi di centrodestra in Cie, centri di identificazione ed espulsione, senza di fatto cambiare formula. La svolta in senso umanitario, arrivata nel 2013, è stata cancellata ora per decisione del ministro dell’Interno, Matteo Salvini.

In corteo, dietro allo striscione di Rifondazione comunista, sfila John, 36 anni, senegalese. “Mio fratello, più grande di me, si è fatto in via Corelli tre mesi nel 2004 – racconta – era inverno, si gelava, mangiavano poco e male. Ora vive in Francia e fa l’operaio, caposquadra in un’azienda metalmeccanica. In Italia non vuole più tornare. I centri di rimpatrio sono una vergogna, riaprirli è grave”. Oltre a Rifondazione, manifestano dietro agli striscioni di partito i militanti di Potere al popolo, del Partito comunista dei lavoratori, della Sinistra anticapitalista.
Sventolano le bandiere palestinesi, quelle rosse dei Cobas. “Ho 51 anni, sono disoccupato dopo quasi 30 anni in azienda -dice Sandro – noi, come i migranti, siamo vittime di una crisi economica di cui non abbiamo responsabilità, che ha messo le persone una contro l’altra”. In coda sfilano i drappi neri con la “A” cerchiata. Ovunque in corteo luccicano i teli termici di alluminio, usati come strumento di sopravvivenza per le persone salvate dal mare e divenuti simbolo di chi si oppone a respingimenti ed espulsioni.

Nel tardo pomeriggio la risposta del ministro, sui social: “Anche oggi non manca il corteo anti-Salvini!”, si legge nei post del vicepremier. “A Milano, i soliti kompagni protestano per i nuovi centri di rimpatrio degli immigrati clandestini previsti dal nostro Decreto, diventato legge. Bacioni”.


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