Palermo, errore nella procedura: ricomincia il processo, boss di Brancaccio a rischio scarcerazione


La corte di Cassazione ha dato ragione ai difensori dei nuovi boss e dei picciotti di Brancaccio: il gup Guglielmo Nicastro va ricusato perché prima di rinviare a giudizio e ammettere a rito abbreviato i 53 mafiosi aveva firmato alcuni decreti di intercettazione nei confronti degli stessi indagati e da codice chi svolge funzioni da gip in un procedimento non può essere poi il gup dello stesso processo. Ripartirà dunque da zero il procedimento contro 53 presunti appartenenti alla cosca mafiosa di Brancaccio. Nuova udienza preliminare che rischia di celebrarsi dopo la scadenza dei termini di custodia cautelare e dunque con i mafiosi in libertà.

Il giudice Nicastro aveva infatti firmato i decreti di intercettazione, in sostituzione di colleghi assenti, e poi si era occupato del merito dell’inchiesta, celebrando l’udienza preliminare e dividendo in due gli imputati, fra coloro che avevano ottenuto il rito abbreviato e coloro che avevano scelto il rito ordinario. La ricusazione presentata dagli avvocati Antonio Turrisi, Raffaele Bonsignore e Angelo Barone non era stata accolta dalla Corte d’appello ma ora la Suprema Corte ha annullato senza rinvio questa decisione, disponendo il regresso del procedimento alla fase anteriore.

La ricusazione del gup Nicastro rischia dunque di portare alla scarcerazione di buona pare degli arrestati nel blitz della squadra mobile e dei finanzieri del Gico del nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo che fece emergere minacce, danneggiamenti, estorsioni e furti a Brancaccio. In carcere tornarono il boss Pietro Tagliavia, e altre pedine fondamentali del mandamento: Claudio D’Amore, Bruno Mazzara, Giuseppe Lo Porto, Francesco Paolo Clemente, Francesco Paolo Mandalà, Gaetano Lo Coco, Giuseppe Caserta, Cosimo Geloso, Giuseppe Mangano, Giuseppe Di Fatta e Antonino Marino.


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