Pallone d’Oro, il Premio Yashin e quel “mea culpa” per tutti i portieri trascurati….



La paura del portiere prima del calcio di rigore, come scriveva Peter Handke e come filmò poi Wenders, somiglia a quella del portiere che per caso si trovasse con un Pallone d’oro tra le mani, o i guanti. Stupore, emozione, incredulità: di qui la paura. Il Pallone d’oro non era cosa da portieri. Luccicava e luccica troppo per i “ragni neri”, per quei loschi figuri che possono addirittura prendere il pallone con le mani. Solo Yashin (scriviamolo come ci pare) riuscì a convincere i giurati nel lontanissimo 1963, che forse era meglio dare un’occhiata alle squadre anche in difesa. E magari oltre la linea difensiva. Adesso hanno posto rimedio varando un premio riservato ai soli portieri: il premio Yashin, che sarà assegnano nella serata del Pallone d’oro. Era ora. Ma anche no. Ossia la novità suona un po’ come un mea culpa. Ma dato che indietro non si può tornare, e che i peccati del passato sono inestinguibili, meglio così: meglio che accanto al giocatore (scusate…all’attaccante) dell’anno salga sul palco anche il portiere dell’anno. D’altra parte tutti sanno, e soprattutto lo sanno i portieri, che quel mestiere è cosa assai diversa, da qualunque punto lo si guardi. Il portiere vive la partita spesso da lontano, si allena a parte, ci sono momenti in cui l’unico suo vero nemico è il freddo, dal quale non può difendersi, come gli altri, correndo. Al massimo può fare su e giù sbracciandosi. Il portiere è un lavoro in solitaria che assume contorni speciale solo quando l’area è intasata, o quando una porta è bombardata e allora tutti aspettano che fai il miracolo o papera. Gli errori dei giocatori di movimento possono diluirsi.

Quelli del portiere restano scolpiti nella memoria perché il portiere è l’ultimo, nella sequenza degli eventi, che può sbagliare. Per quanto non sia poi così importante, essendo un premio individuale che va ad un rappresentante di uno sport di squadra, il Pallone d’oro ha sempre trascurato i reparti difensivi. Yashin è stato, come dice la storia, l’unico portiere a issarsi davanti a tutti 56 anni fa: dietro di lui, nella votazione, giunse Rivera perché il suo Milan era stata la prima squadra italiana a vincere la Coppa dei Campioni. Dino Zoff sarebbe arrivato 2° dieci anni dopo, Ivo Viktor del Dukla 3° nel ’76, Oliver Kahn 3° nel 2002, Gigi Buffon 2° nel 2006, l’anno del trionfo azzurro. Da quando Pallone d’oro e Fifa World Player si sono fusi (2010) l’unico a conquistare un podio è stato Manuel Neuer, nel 2014. Possibile che fosse sempre la scelta giusta? Sì, se la logica è quella del calcio concepito come occasione di spettacolo realizzativo (in fondo il portiere sta lì per ottenere l’esatto contrario, il minimo di realizzazioni). No, se presumiamo che sarebbe stata più corretta un’analisi globale della fenomenologia sportiva del pallone.

Il Pallone d’oro esiste dal 1956. Quali portieri avrebbero meritato più considerazione, a vario titolo? Tanti. Gilmar è uno di questi. Ma non si poteva perché allora contava solo il calcio europeo, ossia se eri sudamericano venivi considerato, sì, ma a condizione che giocassi sotto la bandiera di una nuova nazionalità, come capitò a Di Stefano e Sivori. Un altro formidabile portiere era l’uruguaiano Mazurkiewicz. Sicuramente avrebbe meritato il Pallone d’oro, non alla carriera ma alla parata, Gordon Banks, leggendario per quell’intervento sul colpo di testa di Pelè in Messico, ma grande anche prima e dopo. E’ possibile che una menzione, scendendo negli anni, per la loro tipicizzazione del ruolo, avrebbero meritato Chilavert e Ceni (per non dire Higuita). Al portiere è sempre stata perdonata una punta (o due) di eccentricità. A volte però serviva solo per nascondere la loro, diciamo così, normalità: Jongbloed e Grobbelaar? Tra i moderni è anche probabile che un podio sarebbe stato giusto assegnare a Maier, Schmeichel, Casillas. Forse mai come negli ultimi anni, con le sempre più innovative tecniche d’allenamento e con lo stile sempre più “hockeystico”, abbiamo incontrato portieri di qualità: dai tedeschi guidati da Neuer (Ter-Stegen, Leno) a Alisson, Oblak, Courtois e soprattutto De Gea. L’Italia è sempre stata avara di complimenti (spendibili all’estero) per i suoi grandi portieri, molti dei quali, a modo loro, hanno fatto storia.

Come Albertosi, antitetica alternativa a Zoff, come Zenga, Pagliuca, Peruzzi e prima ancora Sarti, Vavassori, Cudicini, Pizzaballa (ma a Brescia ancora ricordano Brotto come un fenomeno). E oggi Donnarumma. A febbraio, in occasione della scomparsa di Banks, proprio France Football rese nota la sua Top Ten: in testa c’era Yashin, poi Banks, Zoff, Buffon, Neuer. Ma alla fine premiarono con un podio il solo Neuer, come fossero personaggi di secondo piano, come accadeva da bambini quando si faceva la conta e alla fine il più scarso andava in porta. Invece viva i portieri, i grandi, i meno grandi, gli alti e i piccoletti, i sognatori e gli adattati, i famosi e i meno sbandierati: tutti. Viva quelli che fanno spettacolo cancellando lo spettacolo del gol, persi nella loro malinconica lontananza. Anche se non li vedi inquadrati, senza di loro, senza portieri, ormai una partita non si può giocare più nemmeno al prato sotto casa. Avrebbe dovuto vincere tanti Palloni d’oro.


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