Pamela, comincia il processo contro Oseghale. La mamma: “Ci aspettiamo la condanna più alta possibile”


Lui ribadisce: “Le ho dato la droga e mi sono sbarazzato del corpo, ma non l’ho uccisa”. Si cercano eventuali complici


“Ci aspettiamo giustizia, la condanna più alta possibile”. Per la prima volta faccia a faccia con il nigeriano che le ha fatto a pezzi la figlia poco più di un anno fa, Alessandra Verni, la mamma di Pamela Mastropietro, affronta in aula a Macerata la prima udienza del processo per omicidio in cui è accusato Innocent Oseghale, lo spacciatore arrestato dalla polizia poche ore dopo il ritrovamento del corpo della diciottenne romana orrendamente smembrato in due trolley sul ciglio della strada tra Corridonia, dove ha sede la comunità di recupero in cui era ricoverata Pamela, e Macerata.

Il nigeriano insiste nella sua linea di difesa interpretata dall’avvocato Simone Matraxia. Ammette di essersi disfatto in quel terribile modo del corpo della ragazza che, a suo dire, sarebbe morta per overdose dopo aver assunto una dose letale di eroina nell’appartamento dello spacciatore, ma non di averla uccisa né di averla violentata, come invece dice l’autopsia compiuta sui poveri resti che erano stati pure ripuliti con candeggina.
“Non sono stato io. Non l’ho violentata, non l’ho uccisa. Voglio pagare solo per quello che ho fatto, non per  ciò che non ho commesso”, ribadisce Oseghale che nelle scorse settimane aveva anche scritto una lettera ai genitori della ragazza.
Oggi prima udienza del processo in Corte d’assise a Macerata, al momento a porte aperte, in un Palazzo di giustizia blindato. Oseghale ha infatti rinunciato in sede di udienza preliminare al rito abbreviato e nessuna delle parti ha fin qui fatto richiesta di processo a porte chiuse nonostante l’estrema delicatezza dell’argomento e i prevedibili problemi di ordine pubblico. Già in fase di udienza preliminare ci sono state minacce all’indirizzo dei difensori e disordini.
In aula, i genitori di Pamela rappresentati dallo zio avvocato Marco Verni. Oltre a chiedere la massima pena per Oseghale, accusato di aver ceduto a Pamela la dose di eroina, di averla costretta ad un rapporto sessuale approfittando del suo stato di vulnerabilità, e di averla poi uccisa a coltellate e smembrato il corpo, i familiari sperano di ottenere dal processo chiarimenti su altri due aspetti della vicenda che stanno loro molto a cuore: eventuali complicità del nigeriano che difficilmente può avere fatto tutto da solo e presunte responsabilità della comunità Pars di Corridonia dove Pamela era ricoverata da alcuni mesi per un doppio disturbo legato alla tossicodipendenza, ma anche a problemi psicologici, e dalla quale la ragazza riuscì ad allontanarsi senza che nessuno la trattenesse.
Quella mattina del 31 gennaio del 2018 la ragazza, dopo aver raggiunto con un passaggio la stazione di Macerata e aver perso per pochi minuti il treno con il quale voleva tornare a casa a Roma, si fece portare ai giardini Margherita da un taxi e lì incontrò Oseghale che le offrì una dose di eroina convincendola a seguirlo a casa sua. Gli altri due spacciatori nigeriani arrestati nei giorni successivi sono stati prosciolti dall’accusa di concorso nell’omicidio di Pamela.

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