Perché puntiamo il dito? E’ il desiderio di toccare che ci spinge a farlo


INDICARE oggetti e persone è un gesto estremamente naturale per noi esseri umani. Tra i 9 e 14 mesi di vita tutti i bambini sani iniziano a farlo, e viene considerata una capacità fondamentale nel cammino che porterà allo sviluppo del linguaggio: è infatti la prima strategia con cui si inizia a comunicare intenzionalmente delle informazioni ad un altro essere umano. Come ha origine questo gesto che si ripresenta, identico, nello sviluppo dei bambini di ogni parte del globo? Non è chiaro, ma un nuovo studio, appena pubblicato su Science Advances, presenta un’ipotesi particolarmente convincente: indicare nascerebbe dall’abitudine di toccare con il dito indice gli oggetti.

Il linguaggio: un percorso a tappe

Perché tanto interesse per un gesto così comune? È presto detto: si sa da tempo che ogni essere umano sviluppa le sue capacità comunicative a poco a poco nel corso dell’infanzia, passando per una lunga serie di tappe obbligate. E la prima è proprio la capacità di indicare con il dito: senza indicare, infatti, sarebbe impossibile attirare l’attenzione dei genitori (il ricevente delle prime comunicazioni dei bambini) su un elemento del mondo a cui ci si vuole riferire (il “referente” nel gergo della semiotica). E non a caso, se un bambino apprende in ritardo come indicare col dito avrà inevitabilmente un ritardo anche nello sviluppo del linguaggio.

Come si impara ad indicare?

Come e perché si inizi ad indicare col dito però rimane ancora un mistero. Le ipotesi non mancano, ma nessuna fino ad oggi sembrava realmente convincente. Una possibilità, ad esempio, è che il gesto sia un’evoluzione e una ritualizzazione di quello con cui nei primi mesi di vita si tenta di afferrare qualcosa. O ancora, che si tratti di un comportamento appreso per imitazione dai propri genitori. Per gli autori del nuovo studio, però, nessuna di queste spiegazioni è realmente convincente, e hanno quindi deciso di indagarne una terza: che indicare nasca dal gesto con cui i bambini toccano ed esplorano gli oggetti a partire dai sei mesi di età.

Tutta questione di tatto

I ricercatori hanno organizzato tre diversi esperimenti, coinvolgendo bambini e adulti in diverse attività centrate attorno all’indicare oggetti. In questo modo hanno potuto studiare a fondo le caratteristiche di questo gesto, constatando che sia la posizione che assume il dito indice quando indichiamo qualcosa, sia la rotazione che imprimiamo al polso, sono gli stessi che si osservano quando cerchiamo di toccare un oggetto. E in entrambi i casi – particolare importante – si tratta di movimenti che sarebbero inutili se lo scopo fosse unicamente quello di attirare l’attenzione su un oggetto. Insomma, risultati alla mano i ricercatori ritengono di aver dimostrato che i gesti con cui indichiamo sono probabilmente derivati da quelli con cui nei primi mesi di vita si esplora il mondo, toccandolo. Una “ritualizzazione” che probabilmente segue un percorso del genere: nei primi mesi di vita l’attenzione dei genitori si concentra spesso sugli oggetti toccati dai figli, e quando i bambini se ne rendono conto iniziano ad usare il gesto per segnalare gli oggetti salienti agli adulti, arrivando a poco a poco a utilizzarlo anche per bersagli fuori dalla loro portata, fino a quando diventa un gesto rituale con cui coordinare l’attenzione propria e dei genitori verso qualcosa. Anche il linguaggio quindi, che ha come sua essenza la possibilità straordinaria di parlare di cose distanti, immateriali, persino inesistenti, avrebbe un’origine molto concreta: il desiderio di toccare qualcosa.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
I ricercatori hanno organizzato tre diversi esperimenti, coinvolgendo bambini e adulti in diverse attività centrate attorno all’indicare oggetti. In questo modo hanno potuto constatare che sia la posizione che assume il dito indice quando indichiamo qualcosa, sia la rotazione che imprimiamo al polso, sono gli stessi che si osservano quando cerchiamo di toccare un oggetto. Nel caso del dito, gli esperimenti hanno dimostrato che a differenza di quanto ritenuto in precedenza da altri gruppi di ricerca, indicando non lo usiamo come una freccia, o un vettore, che traccia una linea immaginaria verso l’oggetto. Quello che facciamo, piuttosto, è allineare la punta del dito con il bersaglio rispetto alla linea del nostro sguardo. E per i ricercatori, si tratta di una prova a favore della loro ipotesi: quando tocchiamo un oggetto, infatti, l’angolo con cui estendiamo il dito è indifferente, l’unica cosa che conta è che la punta del dito entri in contatto con l’oggetto.
 
Simile il discorso anche per la posizione del polso. Quando indichiamo qualcosa posto sulla sinistra o sulla destra di un oggetto più grande tendiamo infatti a ruotare la mano esattamente come faremmo per toccarlo: se l’oggetto è posto a sinistra il polso ruoterà verso destra, e viceversa. Insomma, risultati alla mano i ricercatori ritengono di aver dimostrato che i gesti con cui indichiamo sono probabilmente derivati da quelli con cui nei primi mesi di vita si esplora il mondo, toccandolo. Una “ritualizzazione” che probabilmente segue un percorso del genere: nei primi mesi di vita l’attenzione dei genitori si concentra spesso sugli oggetti toccati dai figli. E quando i bambini se ne rendono conto, iniziano ad usare il gesto per segnalare gli oggetti salienti agli adulti, iniziando a poco a poco a utilizzarlo anche per bersagli fuori dalla loro portata, fino a quando diventa un gesto rituale con cui coordinare l’attenzione propria e dei genitori verso qualcosa.
 
 
 
 
I ricercatori hanno organizzato tre diversi esperimenti, coinvolgendo bambini e adulti in diverse attività centrate attorno all’indicare oggetti. In questo modo hanno potuto constatare che sia la posizione che assume il dito indice quando indichiamo qualcosa, sia la rotazione che imprimiamo al polso, sono gli stessi che si osservano quando cerchiamo di toccare un oggetto. Insomma, risultati alla mano i ricercatori ritengono di aver dimostrato che i gesti con cui indichiamo sono probabilmente derivati da quelli con cui nei primi mesi di vita si esplora il mondo, toccandolo. Una “ritualizzazione” che probabilmente segue un percorso del genere: nei primi mesi di vita l’attenzione dei genitori si concentra spesso sugli oggetti toccati dai figli. E quando i bambini se ne rendono conto, iniziano ad usare il gesto per segnalare gli oggetti salienti agli adulti, iniziando a poco a poco a utilizzarlo anche per bersagli fuori dalla loro portata, fino a quando diventa un gesto rituale con cui coordinare l’attenzione propria e dei genitori verso qualcosa.

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