Piccole sfere d’oro contro il tumore della prostata


Nanoparticelle d’oro e silicio, che convertono in calore la luce infrarossa emessa da un laser, sono state utilizzate contro il tumore della prostata. E hanno funzionato: a un anno dall’intervento quasi tutti i pazienti sottoposti al trattamento non mostrano al follow up segni di malattia. La tecnica, che consiste in una termoablazione – cioè in una necrosi indotta nei tessuti da un aumento della temperatura – è chiamata AuroLase Therapy ed è descritta in uno studio pilota condotto alla Icahn School of Medicine del Mount Sinai di New York, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas).
 

La sperimentazione

A 15 pazienti tra i 58 e i 79 anni, tutti con diagnosi di carcinoma prostatico di grado intermedio, è stata praticata una infusione intravenosa di particelle biocompatibili di 150 nanometri di diametro ciascuna, costituite da un guscio d’oro e un core di silicio. Queste microscopiche sfere sono state progettate per localizzarsi in concentrazione molto elevata solo nei noduli tumorali. Il giorno successivo all’infusione, i pazienti sono stati sottoposti al trattamento di ablazione. In sintesi, e semplificando: tramite fibre laser introdotte con piccoli aghi posizionati esattamente sui noduli da colpire e guidati dalle immagini (guida ecografica endocavitaria con fusione di immagine su MR multiparametrica) i medici hanno necrotizzato il tessuto malato. E solo quello. Infatti, grazie alla capacità delle nanoparticelle d’oro di localizzarsi soltanto nei noduli e di convertire in calore la luce assorbita, il laser ha bruciato per così dire solo le aree tumorali senza intaccare il tessuto adiacente sano.
 

Quale strategia è la più indicata?

Il risultato è stato che questa ablazione laser mediata dalle nanoparticelle ha avuto successo nell’87,5 per cento delle lesioni trattate e dei 15 pazienti che hanno completato il trattamento, solo due hanno presentato segni rilevabili di malattia a un anno dall’intervento. “È interessante e ben fatto, questo studio pilota”, commenta Lorenzo Monfardini, responsabile della Radiologia interventistica dell’ospedale Poliambulanza di Brescia: “Parliamo di uno studio di fase 1 che quindi valuta la sicurezza e la fattibilità di un nuova procedura, ma che, se verrà confermato su campioni più ampi di pazienti, potrebbe aggiungersi alle tecniche di ablazione già utilizzate per i noduli di carcinoma prostatico”. Si tratta, infatti, di una metodica di ablazione basata sull’ipertermia, quindi di un potenziale competitor di altre tecnologie ablative (ultrasuoni focalizzati, laser “semplice” e crioablazione). “Il problema – ragiona l’esperto – è che oggi non solo non è sempre possibile comprendere quale sia il trattamento migliore tra chirurgia e radioterapia, che sono attualmente i due trattamenti di prima scelta per efficacia comprovata, ma è ancora più difficile l’eventuale scelta tra le diverse tecniche ablative per la loro recente introduzione nella pratica clinica e per la relativa carenza di dati. Per ogni singolo paziente con carcinoma prostatico, quindi, non è semplice selezionare la metodica curativa più efficace contro il suo specifico tumore. Detto ciò, tornando alla pubblicazione su PNAS, il prossimo passo sarà fare un confronto tra questa nuova tecnica e le altre metodiche ablative già utilizzate”.
 

Il tumore della prostata

Il carcinoma della prostata è la forma di cancro più comune negli uomini. In Italia si contano 35 mila nuovi casi l’anno. Più di 8 volte su 10 la chirurgia o la radioterapia portano alla regressione della malattia, tuttavia non sempre senza effetti collaterali, che tipicamente compromettono la funzione urinaria e sessuale dei pazienti, e quindi la loro vita sociale e relazionale.

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Carlo Verdelli
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