Pipì a letto: un problema per il 15% dei bambini italiani


IN GERGO tecnico si chiama enuresi. Ma è più probabile che la conosciate semplicemente come “pipì a letto”. Un pericolo sempre presente nei primi anni di vita, quando il controllo dell’apparato urinario non è ancora perfettamente sviluppato, ma che spesso può continuare a perseguitare i bambini anche negli anni seguenti. Tanto da rappresentare uno dei più comuni disturbi dell’età pediatrica. Come certifica una nuova ricerca presentata nel corso del 75° Congresso Nazionale della Società Italiana di Pediatria (Sip): a cinque anni in Italia ne soffre circa il 15% dei bambini, percentuale che scende al 5% raggiunti i 10 anni di età. Non basta comunque una singola notte “bagnata” – avvertono gli esperti della Sip – per parlare di enuresi. E anche anche quando il disturbo è conclamato si può fare molto per risolvere il problema agendo su abitudini e alimentazione.

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Enuresi: in che casi si parla di un disturbo

Qualche incidente di percorso capita praticamente a tutti i bambini, e non va considerato un disturbo a meno che il problema non si ripresenti periodicamente, e con caratteristiche precise. Si parla infatti di enuresi vera e propria solo quando le pipì notturne si presentano più di due volte a settimana per almeno tre mesi consecutivi, e in bambini di età superiore a 5 anni. “È doveroso fare chiarezza”, spiega Pietro Ferrara, referente Sip per il maltrattamento e abuso e docente di Pediatria all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e all’Università Campus Bio-Medico di Roma. “Se vostro figlio ha meno di 5 anni, età entro cui si acquisisce normalmente il controllo degli sfinteri, e fa la pipì a letto questo è considerato fisiologico; può richiedere molta pazienza e tolleranza da parte dei genitori ma non deve allarmare. Prima dei 5 anni di età, infatti, non è indicato il trattamento farmacologico, ma solo dei consigli di tipo comportamentale”.

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Quanti bambini ne soffrono? L’indagine Sip

La nuova indagine presentata al congresso dei pediatri italiani aiuta a tratteggiare le dimensioni di questo problema nel nostro paese, e le conseguenze che può avere per i piccoli pazienti. I dati raccolti su oltre 10mila bambini parlano infatti di un disturbo comune, che a 5 anni interessa circa il 12-15% dei bambini, a 10 anni si attesta attorno al 5% per poi ridursi a circa l’1% dopo i 14 anni. Il problema è inoltre due volte più comune nei maschi rispetto alle femmine, e non va sottovalutato, specie al crescere dell’età: espone infatti a effetti negativi per il benessere, l’autostima, le interazioni sociali e la vita emozionale dei piccoli pazienti. Tra gli effetti negativi l’indagine Sip evidenzia anche la possibilità che l’enuresi alteri il ritmo sonno-veglia. In Italia capita al 48,1% dei bambini che ne soffrono, con conseguenze importanti sulla vita sociale e scolastica. Per fortuna, i dati evidenziano anche che nel 46,3% dei casi quando il bambino migliora nella sintomatologia migliora anche il suo rendimento scolastico.

Cosa deve fare un genitore?

Il primo consiglio per un genitore è ovviamente quello di rivolgersi al pediatra se ritiene che le pipì notturne del proprio figlio si stiano trasformando in un problema. Solo in casi particolari, infatti, e a giudizio del medico curante, vanno eseguiti degli esami. In caso di enuresi vera e propria è sufficiente eseguire un esame chimico-fisico delle urine. Se invece sono presenti anche altri disturbi diurni sono necessari altri accertamenti come l’ecografia dei reni e della vescica. In caso di una diagnosi, non bisogna poi farsi prendere dal panico. Meglio affrontare il problema con calma, instaurando un dialogo sereno con il proprio figlio, rassicurandolo e dandogli conforto, evitando il ricorso al pannolino e coinvolgendolo piuttosto nella pulizia del letto, per responsabilizzarlo. Da scoraggiare, senz’altro, anche il ricorso alle punizioni, inutili ma ancora troppo comuni: nel 51,5% dei casi i bambini con enuresi possono subire forme di punizioni da parte dei genitori come rimproveri (60%), lasciare il letto bagnato (18%), deprivazioni del sonno quando i bambini vengono svegliati più volte durante la notte per fare la pipì (7%) o addirittura misure disciplinari (5%).

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“È fondamentale non punire il bambino ma comprenderlo e sostenerlo”, spiega Ferrara. Molto meglio, aggiunge l’esperto, agire sulle abitudini e l’alimentazione, specialmente la sera. “Raccomandiamo sempre ai genitori di evitare l’assunzione di caffeina (cioccolato, coca cola) e bevande ad alto contenuto di zuccheri o effervescenti; ridurre l’assunzione di liquidi, anche il latte, qualche ora prima di andare a dormire; prediligere cibi poco salati, frutta e verdura, evitando formaggi e cibi stagionati. Ai fini del successo della terapia, il Pediatra dovrà incentivare la compilazione di un calendario delle notti asciutte, coinvolgendo il bambino e la famiglia al fine di migliorare l’adesione alla terapia”.


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