Più di cento donne stuprate in Sud Sudan, la violenza feroce di un conflitto dimenticato


L’ultima atrocità della guerra etnica che da cinque anni funesta il Sud Sudan è stata compiuta negli ultimi dieci giorni contro centoventicinque donne, tutte stuprate da uomini armati nel nord del Paese. Tra le vittime si contano anche anziane di più di 65 anni, bambine di meno di 10 anni e donne incinte, il che dimostra come anche nell’ultimo nato dei Paesi africani la violenza sessuale venga usata come un’arma di guerra.

E ciò nonostante la fragile pace raggiunta due mesi fa tra il presidente di etnia dinka, Salva Kiir Mayardit, e l’ex vice presidente di etnia nuer, Riek Machar, per mettere fine a un conflitto che avrebbe già provocato più di 400mila morti.

La denuncia di quest’ultimo episodio di violenza è di Medici senza frontiere, che specifica come a Bentiu, nel Northern Liech State, oltre ad essere stuprate queste donne sono state anche frustate e picchiate con mazze e fucili. Secondo le testimonianze raccolte da Msf, le violenze sono avvenute mentre le donne e le bambine si dirigevano verso un centro di distribuzione di generi alimentari, mentre gli aggressori erano uomini in divisa da miliziani e in abiti borghesi di cui non si conosce l’appartenenza.

Un resoconto che è stato messo in dubbio dal ministro dell’Informazione, Lam Tungwar, secondo il quale “una violenza sessuale così grande non è vera, siamo uno Stato per il quale il rispetto dei diritti umani e delle donne è in cima alla lista”. Il ministro ha assicurato che i tribunali affronteranno i casi di violenza a Bentiu e in altre contee ma ha ribadito di “non concordare” con le notizie riportate.

Tungwar non può tuttavia ignorare che fino a pochi mesi fa, quando l’esercito lealista conquistava un villaggio di un’altra etnia, per prima cosa uccideva gli uomini, castrava poi i bambini e infine stuprava le donne. Sono le testimonianze che abbiamo raccolto insieme agli operatori umanitari della ong Medici con l’Africa Quamm l’anno scorso nelle lagune del Nilo bianco, verso le quali fuggivano le sopravvissute alle violenze pur non di rimanere nelle mani dei soldati di etnia dinka.

Dopo aver navigato a bordo di piccole canoe in acque infestate di coccodrilli e serpenti velenosi, queste poverette approdavano sugli isolotti di quelle lagune. E molte di esse vi morivano di fame o di dissenteria, perché in mancanza di cibo e acqua potabile potevano nutrirsi soltanto di bulbi di ninfee selvatiche bevendo direttamente della marana. L’unica ong che ancora si spinge fino a lì è il Medici con l’Africa Quamm, che grazie a Giovanni Dall’Oglio, fratello del prete scomparso in Siria nel 2013, ha organizzato in una porzione di quelle sconfinate lagune sia la distribuzione di cibo sia quella di farmaci essenziali.


Noi non siamo un partito, non cerchiamo consenso, non riceviamo finanziamenti pubblici, ma stiamo in piedi grazie ai lettori che ogni mattina ci comprano in edicola, guardano il nostro sito o si abbonano a Rep:.
Se vi interessa continuare ad ascoltare un’altra campana, magari imperfetta e certi giorni irritante, continuate a farlo con convinzione.

Mario Calabresi
Sostieni il giornalismo
Abbonati a Repubblica


http://www.repubblica.it/rss/esteri/rss2.0.xml

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *