Ponte Morandi e Vele, solo una minima parte del materiale si può riciclare – Repubblica.it


MILANO – Due dei più importanti cantieri di demolizione avviati in Italia, rilevanti anche per il loro carattere simbolico – le Vele di Scampia, a Napoli, e il Ponte Morandi di Genova – produrranno materiali edili in grande quantità. Ma questi detriti solo in minima parte potranno essere riutilizzati nel sistema delle costruzioni, perché la legge dispone che siano trattati da inerti e quindi avviati allo smaltimento come rifiuti. E’ uno dei paradossi che sono stati messi sul tavolo dell’incontro organizzato da Federbeton, che rapresenta il comparto italiano del cemento e del calcestruzzo, con il Circular Economy Network della Fondazione Sviluppo Sostenibile, presieduta da Edo Ronchi.

Incrementare il riciclo dei materiali dell’edilizia è una delle chiavi per muovere il sistema produttivo italiano in direzione di una maggiore sostenibilità e per aggiungere un tassello alla mitigazione dei cambiamenti climatici. C’è d’altra parte – è stato messo in chiaro – un potenziale di recupero di materia e di energia che il comparto può esprimere ancora più ampiamente.

I dati parlano chiaramente di quanto è fatto e quanto sia possibile aggiungere. Nel solo comparto del cemento, nel triennnio 2015-2017 le imprese hanno messo sul piatto 87,5 milioni di euro per sviluppare tecnologie innovative volte a riutilizzare i materiali di recupero nel ciclo produttivo del cemento. Il tasso di impiego delle materie prime residuali, ovvero quelle che sostituiscono le risorse naturali, è arrivato al 7,4% nel 2017: più della media europea che è ferma al 4,4%, ma ancora una percentuale evidentemente limitata. Se si parla di combustibili alternativi, necessari alla produzione di cemento, il quadro è opposto: in Italia ci si ferma al 17,3%, in Europa si arriva al 44%. “Malgrado la capacità tecnologica delle imprese italiane di allinearsi a questa soglia, il nostro Paese sconta la presenza di una normativa poco lineare, la frammentazione delle competenze e la diffidenza delle comunità locali”, denuncia la Federazione confindustriale. Se il gap con il resto del Vecchio continente fosse colmato, si risparmierebbero 2 milioni di tonnellate di CO2 emesse.

Anche nel segmento del calcestruzzo, i passi avanti possibili sono molti: la stima è che ci siano 15 milioni di tonnellate di rifiuti da demolizione (il 10% di tutti i rifiuti speciali prodotti annualmente in Italia) che potrebbero rientrare nel ciclo produttivo invece che finire in discarica.

Su queste basi, Federbeton ha lanciato le sue proposte. “Nei bandi pubblici, nonostante sia previsto l’obbligo di introdurre almeno il 5% di materia riciclata nei componenti per le costruzioni, la diffusione delle buone pratiche di riciclo incontrano numerosi ostacoli di natura burocratica, culturale e normativa. Le tecniche di micro-demolizione diffuse in Italia, ad esempio, provocano la contaminazione del calcestruzzo con vetro, mattoni o intonaci, rendendolo di fatto non più riciclabile”, è la premessa. Cinque le possibili soluzioni individuate:
 

  • Implementare la demolizione selettiva, come modalità di separazione delle frazioni riciclabili;
  • Introdurre meccanismi premiali, da parte delle committenze pubbliche. Il Comune di Bologna, ad esempio, premia in termini volumetrici i progetti che prevedono l’uso di materiali riciclati;
  • Regolare in maniera più chiara i criteri per i quali un rifiuto inerte cessa di essere tale. È importante venga emanata in tempi rapidi la bozza di decreto End of Waste sui rifiuti inerti, ancora all’esame del Ministero Ambiente;
  • Formare e sensibilizzare i progettisti alla prescrizione e all’uso dei materiali riciclati;
  • Valorizzare il ruolo della filiera del cemento e del calcestruzzo nel ciclo dei rifiuti, in quanto comparto capace di riutilizzare gli scarti di produzione e i rifiuti da raccolta differenziata nel proprio ciclo produttivo.

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Babà Napoli

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