Putin firma legge per internet sovranista, così la Russia avrà la sua RuNet


CON tempismo micidiale, mentre nella piazza Rossa sfilavano i lavoratori per la festa del primo maggio – in attesa dell’imponente parata del Giorno della Vittoria, mercoledì prossimo, quando la Russia celebra la Grande guerra patriottica, cioè la Seconda guerra mondiale – Vladimir Putin firmava una nuova legge su Internet. Il provvedimento, già passato alla Duma nei mesi scorsi anche in risposta alle mosse di cybersicurezza statunitensi, consentirà – almeno potenzialmente – di isolare l’infrastruttura russa dalla rete internet mondiale proprio in caso di una guerra elettronica. Trasformandola all’occorrenza in un’autentica RuNet (“russian network”) di fatto sotto il controllo del Cremlino, custode delle chiavi.
 
A quanto pare, l’opinione pubblica – pure abituata a un livello molto elevato di controllo dei contenuti – sarebbe spaccata: addirittura un sondaggio di Stato, condotto dall’agenzia VTsIOM, sostiene che il 52% sarebbe contrario all’implementazione della legge sul “sovranismo digitale”. Fra le altre cose, il documento richiede che i fornitori di servizi in Russia si sgancino progressivamente dai server stranieri per le loro attività. Non solo: il provvedimento, che di fatto aggiunge un ulteriore livello di filtro ai collegamenti dei cittadini russi, prevede anche lo sviluppo di un sistema nazionale di domini, cioè di indirizzi dei siti, che consentirebbe alla rete di rimanere online e operativa anche quando sganciata dalle interconnessioni globali. Un sistema dunque parzialmente alternativo a quello globale gestito dall’Icann (l’Internet corporation for assigned names and numbers) che ha lanciato qualche anno fa un’operazione di maggiore democratizzazione ma rimane di fatto sotto il coordinamento statunitense.
 

L’obiettivo della legge

Ufficialmente, il provvedimento, approvato in seconda lettura lo scorso 11 aprile, è stato proposto con l’obiettivo di “assicurare la sicurezza e la sostenibilità del funzionamento” di internet in Russia. Insomma, per i parlamentari russi servirà a difendere il network del Paese da aggressioni esterne – anche se non è ben spiegato chi dovrebbe sferrarne, gli esperti sembrano essere tutti in casa, basti pensare al caso estone del 2007-2008– e ad assicurarne la sopravvivenza in caso di isolamento imposto dall’esterno. La lettura che ne danno Parlamento e Cremlino è dunque del tutto opposta a quella delle numerose e fortissime critiche arrivate alla legge, accusata di voler creare una sorta di “Great Firewall” in salsa cinese. In caso di attacchi, infatti, il Roskomandzor, cioè l’Agenzia federale per la supervisione delle comunicazioni, dei mass media e dell’IT fondata nel 2008 già in piena era putiniana, potrà assumere il controllo filtrando il traffico e coordinando il flusso degli internet service provider verso punti di interscambio nazionali, sigillando così la rete di Mosca dall’interno.
 

I soggetti coinvolti

Dagli internet service provider a chi gestisce gli snodi del traffico fino ai colossi delle telecomunicazioni passando per chi lavora sulle infrastrutture di comunicazione internazionali e i domini nazionali: sono questi i principali soggetti coinvolti dal provvedimento, che dovranno collaborare all’unisono a questa sorta di immersione del web russo. Anche se, di nuovo, mancano le linee precise e le responsabilità. Ma c’è tempo: il provvedimento entrerà i vigore il primo novembre prossimo.
 

Un altro filtro

Di fatto, si tratterà di una sorta di scudo (o cupola, tanto per allinearsi a un vocabolario più consono all’ortodosso skyline moscovita) sotto il controllo del Roskomnadzor che sarà in grado di bloccare ogni fonte proibita in Russia, dai siti inclusi nelle blacklist nazionali ai programmi di messaggistica istantanea come Telegram oltre ai sistemi di Vpn, rete virtuale privata che si appoggia a snodi internazionali, non autorizzati. I fornitori dei servizi dovranno obbligatoriamente installare hardware e software necessari all’operazione spiegando esattamente come hanno provveduto al rispetto di quanto previsto dalla legge. Si tratterà di ‘interruttori’ integrati nelle loro infrastrutture con le quali il governo avrà di fatto il controllo totale del flusso. Verrebbe da paragonarlo a una muraglia di chiuse che appunto si aggiungerà ai filtri già applicati dagli Isp. Tempi, modi e scadenze saranno stabiliti non dal parlamento ma dall’ufficio del primo ministro Dmitrij Medvedev, che da vent’anni si scambia i due ruoli di vertice del Paese con Putin.
 

La nuova Icann russa

Sempre l’agenzia federale per le comunicazioni è incaricata di costruire un nuovo “domain name system” che i fornitori di servizi dovranno iniziare a usare a partire dal primo gennaio 2021. Fra due anni, insomma, RuNet sarà sostanzialmente svincolata dall’Icann per quanto riguarda i siti nazionali: chi si opporrà sarà inabilitato a portare avanti il proprio business perché il suo traffico sarà scartato dai punti di diramazione russi. Il principale di questi exchange point, da cui transita la metà del traffico russo, si trova proprio nella capitale ed è noto in codice come “Msk-Ix”. Si tratta dell’edificio da 19 piani che i giornalisti Andrei Soldatov e Irina Borgan descrivono nel loro libro “The Red Web” uscito nel 2015 come “cuore dell’internet russo” dove grandi gruppi, internet provider e agenzie federali siedono fianco a fianco. Il Roskomnadzor fonderà anche un’istituzione no profit che gestirà i domini di primo livello .ru, .su e .p? e ne sarà di fatto considerata proprietaria e responsabile nel contesto dell’Icann e della Iana, l’Internet Assigned Numbers Authority controllata dall’Icann e responsabile dell’assegnazione degli indirizzi IP.
 

I timori e il precedente sulle fake news

Un sistema solo teoricamente a prova di bomba, dal costo stimato inizialmente in 300 milioni di dollari e che punta a far transitare tutto il traffico domestico attraverso i “routing point” casalinghi, al quale mancano tuttavia ancora molti elementi e che non eviterebbe rallentamenti delle connessione e black out che il provvedimento non si premura in nessun modo di evitare. E che potrebbero anche essere messi in campo in chiave strumentale, per esempio per oscurare l’organizzazione di manifestazioni delle opposizioni, come accaduto lo scorso autunno nelle proteste in Inguscezia, nel Caucaso settentrionale al confine con la Georgia. Molti gruppi che si battono per le libertà civili protestano da mesi spiegando che questa sorta di bottone rosso nelle mani del Cremlino non farà che peggiorare la libertà d’espressione e opinione nel Paese e la censura governativa. Il tutto in un contesto già definito “non libero” dall’ultimo rapporto Freedom on the net” della Freedom House.
 
A Mosca si sono susseguite negli ultimi tempi manifestazioni e proteste – come quella da 15mila persone due mesi fa – per mantenere “libera” una rete già azzoppata dal blocco di Vpn, siti e servizi, senza contare la lunga (e un po’ grottesca) battaglia con l’app Telegram. Nel mirino delle critiche anche un’altra legge sul web approvata appena un paio di mesi fa, in un asfissiante uno-due sulle libertà civili: quella dedicata alle fake news che consente alle autorità di bloccare siti e testate che non rimuovono i contenuti ritenuti fasulli, cioè di “notizie non verificate presentate come fatti”. “L’informazione – aveva spiegato settimane fa Aleksei Kuriny, vice presidente del Partito Comunista russo contrario a quest’altro provvedimento che colpisce anche account e blog privati, oscurabili senza preavviso e con possibili salate multe per i gestori – sarà determinata da istituti appositamente creati, qualcosa tra l’’fficio del procuratore della Repubblica e l’autorità garante, il Roskomnadzor. Essi determineranno se l’informazione è decente o indecente, se insulta o meno la ‘moralità pubblica’. Si tratta di una delle opzioni per introdurre la censura nella Federazione Russa”.

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