Quanto è difficile la vita dei genitori single


Genitori single che affrontano in solitudine un compito che è già complesso quando si divide in due. Se non c’è un’altra persona accanto il carico di responsabilità nell’educare i figli è ancora più alto. In Italia, secondo l’Istat, sono almeno e 34.000 mila. Accade per necessità, quando il coniuge se ne è andato o ha perso la vita, ma anche per una libera scelta. Un viaggio in cui non mancano imprevisti e momenti di scoraggiamento. Crescere un ragazzo da soli è infatti a volte più complesso ma non impossibile. Tante storie come quella di Susanna, Patrizia, Giordano e Francesco, raccontate nel libro Genitori al singolare, vincere la sfida quotidiana della monogenitorialità (Erickson editore) nel testo, ne sono la testimonianza. Un saggio pieno di esperienze concrete, raccolte da Claudette Guilmaine, mediatrice familiare da oltre 20 anni in Francia.

La monogenitorialità regala la piena autonomia perché quando si è in due la collaborazione non è sempre facile. A volte è più semplice prendere decisioni da soli piuttosto che affrontare continui conflitti con il partner.

Ma questa solitudine può essere però molto faticosa. Anche perché il carico emotivo non a sottovalutato. “Un genitore solo può vivere momenti di crisi, può investire tantissimo nella relazione con i figli fino a farsi prosciugare – spiega la psicopedagogista, Mariella Bombardieri, che ha adattato il testo alla situazione italiana -. La solitudine può rendere molto pesante questa situazione. Servono reti familiari, associative o di persone amiche che aiutino chi è solo. Devono offrire proposte concrete, dare un supporto nelle fasi critiche che avvengono in ogni famiglia anche quella con due genitori”.
 
La rete sociale è uno strumento utile per affrontare i momenti bui, per incontrare altri genitori, chiedere consigli, esporre problemi e scambiare buone prassi. Fra i segreti per affrontare la monogenitorialità, c’è quella di mantenere sempre il giusto equilibrio fra il proprio mondo e quello del bambino. “Bisogna fare attenzione al figlio, alle sue fasi evolutive, ai suoi comportamenti ma anche alle proprie esigenze personali. Vanno accettati i propri errori, pensando che non sono solo un elemento negativo ma la possibilità di cambiamento – spiega Bombardieri -. Non bisogna eccedere nell’attivismo e prendersi spazi di leggerezza e di riflessione. Senza mai dimenticare momenti di gioco e svago con i propri figli”.

Nel 1983 i genitori single erano meno di mezzo milione fino a diventare 600.000 nel 2005. Oggi sono più del doppio: in tutto 900mila le mamme e 141mila i padri.

Le storie di questi genitori “al singolare” sono tante. Qualcuno ha perso il partner, ma c’è anche chi ha fatto la scelta di crescere un figlio da solo dall’inizio. C’è chi ha portato avanti una gravidanza con la fecondazione artificiale e chi, nei casi in cui è possibile, ha adottato un bambino da solo. In questa avventura, il rischio è quello di creare un rapporto soffocante con il figlio. “Il genitore che sente un forte senso di colpa perché è solo può proteggere in modo eccessivo il ragazzino creando però una relazione di dipendenza, un limite allo sviluppo dell’autostima perché non parte dal bisogno del figlio ma dal proprio vissuto emotivo”, aggiunge Bombardieri.

Figli iper protetti o a volte trattati come adulti, quasi a sostituire la figura del partner che non c’è. L’adulto investe di troppe responsabilità il ragazzino rischiando di danneggiarlo. Per tutelarlo e dare risposta ai suoi bisogni, il genitore deve chiedere aiuto ad altri. Bisogna rallentare e recuperare energie, servono momenti in cui recuperare risorse.
 
Il monogenitore non può restare completamente solo e deve affidarsi ad altre figure educative.  La ricerca di equilibrio di questa famiglia è caratterizzata dallo spazio che va garantito anche al bambino. Deve essere aiutato a crescere e a camminare in modo autonomo. Si tratta di favorire la relazione genitore-figlio, spiega Guilmine, che incoraggi il piccolo a diventare responsabile senza assumere carichi emotivi o materiali troppo pesanti.

Resta comunque difficile a volte supplire all’assenza di quella madre o di quel padre assente e farla capire al bambino. “Serve da parte del genitore la consapevolezza di questa mancanza e l’accettazione senza caricarla di eccessivi sensi di colpa. Bisogna cercare collaborazioni positive con i nonni, con la rete familiare o amicale – spiega Bombardieri -. E’ importante che i figli possano raccontare ciò che provano in questa situazione. In questi casi può essere utile informare la scuola per creare una collaborazione educativa attenta ai bisogni del bambino”. In alcuni casi è necessario un supporto psicologico, soprattutto nelle fasi critiche della crescita.

“Nelle situazioni di separazione o divorzio in cui è alta la conflittualità fra coniugi può essere utile la figura del mediatore familiare che attraverso un percorso per la riorganizzazione delle relazioni familiari aiuta i genitori a trovare accordi utili per sé e per i figli. In base a specifici bisogni del genitore può essere anche utile un supporto psicologico o pedagogico o la consulenza di avvocati – conclude Bombardieri -. Madri e padri in situazioni critiche non devono aver timore di chiedere aiuto. Già la consapevolezza delle proprie difficoltà è un importante punto di partenza per affrontarle. Agli operatori che a vario titolo entrano in contatto con i genitori serve formazione e saggezza”.


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Carlo Verdelli
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