Riunioni-fiume in ufficio, colpa dell’anidride carbonica che non ci fa decidere


A QUANTE RIUNIONI partecipiamo ogni giorno? Spesso restiamo chiusi in una stanza in più persone a discutere, ponderare problemi e soluzioni per poi prendere una decisione e concludere la riunione. Ma mentre lavoriamo nella stanza si accumulano calore e anidride carbonica emessa dal nostro respiro. Negli ultimi sette anni almeno otto studi hanno esaminato quello che accade in una stanza in cui si accumula anidride carbonica, ‘ingrediente’ principale delle nostre esalazioni. Ne emerge che mentre sull’inquinamento atmosferico, considerato un fattore di rischio per l’asma ma anche per il cancro, c’è un livello di attenzione e preoccupazione più alto, poco si sa di altre sostanze inquinanti i cui effetti più dannosi sono sulla mente, piuttosto che sul corpo. Della questione si occupa in questi giorni il New York Times chiedendosi se possiamo fidarci delle decisioni prese nelle piccole stanze e quanto influisce la qualità dell’aria interna sulle nostre capacità cognitive.
 

Che aria tira in ufficio

L’ anidride carbonica (CO2) è una molecola prodotta dal corpo durante la respirazione: la sua concentrazione nell’aria che circola all’interno dei locali, è legata al numero di persone che abitualmente, occupano un determinato edificio e alle possibilità di ricambio dell’aria. Livelli di CO2 elevati, ad esempio oltre 1.200 parti per milione (ppm), indicano spesso una bassa percentuale di ventilazione. Inoltre, spesso negli uffici si accumulano anche altre sostanze emesse da nuovi mobili, forniture per ufficio e tappeti. “L’aria degli ambienti interni è fondamentalmente la stessa di quella esterna, ma cambiano quantità e tipi di contaminanti”, spiega Alessandro Miani, presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima). “I principali inquinanti dell’aria indoor, agenti chimico-fisici (gas di combustione, composti organici volatili COV, idrocarburi policiclici aromatici, fumo passivo, radon) e biologici (batteri, virus, pollini, acari) hanno effetti sul sistema respiratorio, provocano allergie, asma e disturbi a livello del sistema immunitario. Hanno inoltre effetti nocivi sul sistema cardiovascolare e sul sistema nervoso oltre che su cute e mucose esposte”.
 

Quanta anidride carbonica inaliamo

Ma mentre tutti questi inquinanti dell’aria interna sono stati collegati all’insorgenza di alcune malattie, l’anidride carbonica è stata generalmente considerata innocua. Ora, però, i ricercatori hanno iniziato a riesaminare questa ipotesi. Infatti, si calcola che ogni persona trascorra tra l’80 e il 90% della propria giornata all’interno di edifici, respirando circa 22.000 volte e producendo di conseguenza – specie se ci si trova in luoghi affollati – una grande quantità di anidride carbonica. In uno studio pubblicato sul Journal of Cerebral Blood Flow and Metabolism, i ricercatori hanno scoperto che l’inalazione di livelli elevati di anidride carbonica può provocare la dilatazione dei vasi sanguigni nel cervello, ridurre l’attività neuronale e diminuire il flusso di comunicazione tra le regioni del cervello. Non ci sono invece ancora dati sull’impatto che quantità inferiori di anidride carbonica, come quelle che troviamo in genere nelle nostre case, possono avere sul cervello.
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Più anidride carbonica c’è, meno si ragiona

I ricercatori del Lawrence Berkeley National Laboratory hanno condotto un esperimento mettendo alcune persone in stanze in cui i livelli di anidride carbonica variavano. Hanno esposto i soggetti per ore a concentrazioni che partivano da 600 ppm (abbastanza bassi per ambienti interni) fino a 2.500 ppm, una quantità elevata ma non astronomica che probabilmente non è rara negli spazi affollati. I partecipanti sono stati sottoposti ad un test per la risoluzione dei problemi che misurava il livello di produttività, le capacità decisionali, lo spirito d’iniziativa ed altri attributi del problem solving. I ricercatori hanno scoperto così che c’è una forte relazione tra sette dei nove attributi esaminati e i livelli di anidride carbonica. Quanto più alto è il livello di CO2, tanto peggiori erano i risultati dei test: con un’esposizione a 2.500 ppm, i punteggi ottenuti erano generalmente di gran lunga peggiori di chi era esposto a 1.000 ppm. Insomma, la qualità dell’aria degli uffici ha un impatto molto forte sulla capacità di prendere decisioni e risolvere problemi. “In effetti sono numerosi gli studi che hanno mostrato l’esistenza di una stretta connessione tra livelli di CO2 e la capacità di apprendimento e concentrazione di chi sta in questi ambienti”, conferma Miani che aggiunge: “Le persone che si trovano in stanze con una concentrazione di CO2 al di sotto dello 0,1% (1.000 ppm) si sentono a loro agio, mentre si sentono chiaramente a disagio in stanze con concentrazioni al di sopra dello 0,2% (2.000 ppm)”.
 
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Le ricerche sull’equipaggio di sottomarini e astronauti

 Non tutti gli studi che hanno indagato sulla possibile relazione tra l’anidride carbonica interna e l’abilità cognitiva hanno trovato, però, un chiaro effetto diretto. Per esempio, diverse ricerche che hanno utilizzato test più semplici di abilità cognitiva, come la correzione di bozze di un testo, non hanno mostrato nessun nesso. E altri due studi che hanno utilizzato lo stesso test più complesso ma sull’equipaggio di un sottomarino e su astronauti della Nasa non hanno rilevato un effetto tra anidride carbonica e performance cognitiva. Ma – sostengono i ricercatori – queste differenze potrebbe essere dovute sia alla maggiore o minore complessità dei test a cui i partecipanti sono stati sottoposti, sia al fatto che un equipaggio di sottomarino e gli astronauti sono più abituati a lavorare sotto stress e non risentono di condizioni negative che invece hanno un impatto sulla maggior parte delle persone.

 
I livelli di anidride carbonica nelle scuole
 

Il fatto che alcune persone abbiano difficoltà a pensare quando respirano livelli elevati di anidride carbonica ha indotto alcuni ricercatori a dare un’occhiata più da vicino a questi livelli negli uffici e nelle scuole. “In uno studio fatto in una classe, abbiamo costantemente notato livelli elevati di CO2 oltre 1.000 ppm nel corso di una lezione di un’ora “, ha detto Shelly Miller, professore di ingegneria ambientale presso l’Università del Colorado Boulder. Molti studi hanno anche dimostrato che l’aumento della frequenza di ventilazione nelle scuole può aumentare i punteggi dei bambini nelle verifiche, rendere più veloce l’esecuzione dei compiti e persino ridurre le assenze.
 

Qual è il livello giusto di CO2

Ma qual è il livello adeguato di anidride carbonica? “In realtà – chiarisce Miani – non esiste una normativa a livello europeo che regoli anche i parametri di CO2 perché vengono stabiliti i limiti solo delle altre sostanze inquinanti”. Tuttavia, alcuni paesi si sono autoregolamentati come la Germania, la Finlandia e il Belgio. “In Germania viene fissato come valore limite per gli spazi abitativi lo 0,15% (1.500 ppm) di CO2. Se si vuole fare un confronto, si consideri che in una camera da letto non ventilata oppure anche in una classe piena possono essere misurati dei valori di concentrazione che sono spesso il triplo (fino a 5.000 ppm)”, aggiunge l’esperto.

 
Cosa fare in concreto

Poiché senza sensori non è possibile rilevare la quantità di anidride carbonica che si accumula in un ambiente, nel dubbio meglio aprire ogni tanto porte e finestre e lasciare entrare un po’ d’aria fresca. “Sia negli uffici che nelle scuole – prosegue il presidente della Sima – è necessario che ci sia un ricambio d’aria per almeno 2-3 volte al giorno per alcuni minuti perchè un eccesso di anidride carbonica non fa bene alla salute. Per mantenere la concentrazione di CO2 al massimo allo 0,15% (1.500 ppm) devono essere immessi mediamente 25 m³/h di aria nuova per persona. In realtà di questa quantità noi abbiamo bisogno solo di un decimo per l’approvvigionamento di ossigeno e per il nostro metabolismo; ma per garantire il ricambio dell’aria che contiene CO2 e sostanze nocive sono necessarie portate relativamente elevate di aria nuova”. Il problema è che spesso i grandi uffici moderni sono stati progettati tenendo conto dell’esigenza di ottenere una maggiore efficienza energetica con ampie vetrate che ‘sigillano’ gli ambienti e non permettono una buona areazione. “Ecco perché è importante che negli uffici ci siano degli impianti di condizionamento che possano immettere anche aria esterna per avere un buon ricambio”, conclude l’esperto.
 

Depuratori d’aria? Meglio le piante

Oggi vanno molto di moda i purificatori d’aria, dispositivi simili a condizionatori portatili, dotati di particolari filtri che – almeno sulla carta – dovrebbero aiutare a pulire l’aria domestica rimuovendo impurità come le particelle di polvere, polline, fumo e altre sostanze irritanti presenti nell’aria. “Questi device diventeranno i ‘farmaci’ del futuro per poter fare prevenzione ma in assenza di una normativa che imponga dei parametri da rispettare non hanno molto senso perché non sappiamo cosa catturano in concreto. A salvaguardia della salute del consumatore, la Sima consiglia quei prodotti e dispositivi che sono stati scientificamente validati da Enti pubblici terzi”, spiega Miani. Piuttosto meglio avere delle piante: “L’ideale sarebbe averne una ogni 10 mq per avere un sistema di auto-filtrazione. Secondo gli studi della Nasa, quelle più adatte sono la Palma da datteri nana, la Felce di Boston, il Falangio, il Fico beniamino e il Potos”.
 
 
 
 

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