RScienze, Patrizia Caraveo (Inaf): “E ora spazio alle donne”


La Luna ci ha conquistato, ma è tempo di guardare oltre. A Marte. Patrizia Caraveo, dirigente di ricerca all’Inaf, è tra gli scienziati più citati al mondo, fa parte del “gruppo 2003” per la ricerca scientifica e del progetto “100 donne contro gli stereotipi”. Nominata dal presidente Mattarella Commendatore della Repubblica, ha appena pubblicato il suo libro Conquistati dalla Luna, nel quale ripercorre oltre 60 anni di fallimenti e successi di Unione Sovietica e Usa, con la recente entrata in scena di nuovi protagonisti. Con una visione comune a quella del marito Giovanni Bignami, ex presidente di Inaf e Asi, scomparso due anni fa: cercare e scoprire sempre qualcosa di nuovo.
Cinquant’anni dopo siamo di fronte a una nuova corsa alla Luna?
I cinesi hanno l’aria di essere molto decisi e determinati. Ma gli Stati Uniti ribattono “non se ne parla nemmeno di lasciare il campo agli altri”. È una cosa che non trova tutti d’accordo. C’è una frazione di ex-astronauti, ingegneri e scienziati che dice “ci siamo già stati” e non ha senso rifare dopo 50 anni la stessa cosa. L’amministrazione Trump ha deciso che vuol dare una prova di superiorità tecnologica, dimostrando di riuscire a rifare la stessa cosa, ma non è che il piano e la tempistica siano terribilmente convincenti. A me piaceva di più il piano di Obama, che diceva: “Ci siamo stati, largo a chi vuole provare, noi cerchiamo di fare qualcosa di nuovo ed esplorativo”. Obama chiese alla Nasa di pensare a una missione su Marte. Ovviamente capisco che ci siano colleghi interessati allo studio della Luna, ma l’interesse maggiore viene dalle aziende perché il ritorno alla Luna significherà contratti importanti.
Che parallelismi possiamo fare con allora?
Finora si è parlato di ritorno alla Luna, ma non si può fare senza aumenti di fondi alla Nasa, che solo due giorni fa (14 maggio) ha chiesto un aumento di 1,6 miliardi per il budget del prossimo anno. Onestamente sembra poco. La prima corsa alla Luna aveva implicato un aumento vertiginoso del budget Nasa. Ora non sarebbe necessario un aumento così significativo, perché allora bisognava sviluppare tecnologie che ora abbiamo. Ma le missioni spaziali comportano un costo notevole, soprattutto quando a essere lanciati sono degli esseri umani. Se poi, come ha detto il vice presidente Pence, vogliono tornare nel 2024, serve accelerare il programma e lavorare più intensamente. La Lockheed ha dato subito disponibilità a fare più turni e lavorare di più, però non lo può fare con un contratto allo stesso costo, se bisogna fare più turni c’è bisogno di più soldi.
La Luna è diventata banale?
Non è affatto banale. Andare sulla Luna è ancora un’impresa complicata, banalizzare sarebbe sbagliato. I cinquant’anni passati ci hanno chiarito tutte le difficoltà che bisogna superare per andare sulla Luna.
Dal suo libro sembra chiaro che lei è della fazione dei “marziani”, non tornerebbe sulla Luna ma punterebbe su Marte. Perché ha deciso di scriverlo?
Io sono dirigente di ricerca all’Inaf e non mi occupo di missioni spaziali umane. Ma mi sono resa conto che avevo sviluppato una cultura riguardo alla Luna. Avendo visto e ammirato i successi cinesi e letto che l’amministrazione Trump aveva riportato in auge la Luna ho pensato che valesse la pena di ripercorrere la storia e cercare di capire quali sono le cose che abbiamo imparato e cosa potremmo continuare a imparare, magari cambiando prospettiva. Mi riferisco all’economia dello spazio, una “filosofia” abbastanza recente. Per esempio sfruttare il ghiaccio che si trova lì per dare energia alla base lunare, ma anche vederla come stazione di servizio interplanetaria è un’idea nuova, forse rivoluzionaria. Bisogna vedere se il business plan è sostenibile oppure no. E’ un problema interessante che la Sda Bocconi ha deciso di studiare con il suo nuovo Space Economy Evolution Lab al quale collaboro.
Cosa abbiamo imparato esplorando la Luna?
Che è un pezzo di Terra, una cosa importante dal punto di vista della comprensione del nostro Sistema solare. Ma abbiamo veramente fatto quello che auspicava Kennedy, facendo cose difficili abbiamo tirato fuori il meglio delle capacità ingegneristiche, manageriali e umane, dimostrando che, quando c’è la volontà di fare qualcosa, e ci sono i mezzi per farla, si può riuscire. Una lezione di vita, una bellissima storia di successo. Ma ci vogliono due ingredienti: fondi adeguati e una volontà politica di lungo termine. Non decidi di andare oggi e tra sei mesi ci vai. Serve tutta una serie di attività propedeutiche che richiedono tempo e fondi e la tua prospettiva non deve cambiare nell’arco di pochi anni. Perché così non riesci a portare avanti nessun programma. In un’intervista che riporto nel libro, Von Braun spiega come il dover arrivare alla Luna entro un certo tempo abbia trasformato idee generiche in qualcosa di concreto. Negli anni ‘60 la volontà politica non è venuta meno da un presidente all’altro. Nixon non aveva stessa visione politica dello spazio di Kennedy e Johnson e ha cavalcato il successo dell’Apollo, poi ha fatto chiudere il programma. Ha cancellato le ultime tre missioni perché era venuta a meno la molla della sfida. Subito dopo Apollo 11, Von Braun propose di andare su Marte nel 1981, aveva un piano e disse che era possibile. Ma a quel punto gli negarono i finanziamenti.
Racconta anche le missioni Apollo, delle difficoltà e i problemi incontrati durante le missioni. Oggi quei rischi non sarebbero accettati.
No, oggi astronauti e Nasa non accetterebbero mai un livello di rischio così alto. C’era una possibilità su due che morissero. Sono stati molto fortunati e molto bravi, hanno saputo superare le difficoltà che si sono presentate di volta in volta. Tutte le missioni hanno avuto piccoli problemi, dal computer di bordo che dava segnali di errore proprio mentre Armstrong e Aldrin scendevano per la prima volta sulla Luna, all’esplosione del serbatoio di ossigeno sull’Apollo 13.
Erano per lo più militari, ma Armstrong no. E fu scelto per essere il primo.
Armstrong era un’eccezione, un pilota collaudatore che aveva fatto la guerra ma aveva lasciato la carriera militare. Fu preferito ad Aldrin per essere il primo a scendere, credo, per una questione caratteriale, era molto più riflessivo, tranquillo e sereno, più stabile psicologicamente di Aldrin, che era più estroverso. Alla Nasa hanno pensato che il fardello psicologico da portare sarebbe stato pesante. Il vero problema che hanno avuto dopo è stato proprio questo: cosa fai dopo essere stato sulla Luna? È difficile trovare un lavoro o un obiettivo per il resto della vita.
E infatti Aldrin ne risentì.
Aldrin ha passato momenti di alcolismo e depressione poi si è stabilizzato con l’età, a un certo punto della sua vita è diventato ambasciatore dell’esplorazione spaziale. Uno di quelli che ha sempre detto che tornare sulla Luna non era la cosa migliore, perché non è esplorazione.
Nel libro racconta delle “Mercury 13”, mai inviate nello spazio, ora è tutto molto diverso. Il capo della Nasa ha annunciato di recente che presto vedremo la prima donna sulla Luna.
I tempi sono cambiati, la Nasa si era rifiutata di considerare candidature di aviatrici, prendeva solo piloti da corpi dell’esercito (o piloti collaudatori ex militari, come Armstrong). Le Mercury 13 avevano superato i test fisici che venivano fatti ai candidati astronauti. Tutte e 13 erano idonee fisicamente e psicologicamente. Avrebbero dovuto fare i test della centrifuga in una base militare e la Nasa doveva sponsorizzare questi test. Avevano ricevuto il telegramma che le convocava ma, qualche giorno prima, arrivò un nuovo telegramma che cancellava tutto. Alla Nasa non avevano interesse ad aprire lo spazio alle donne, per loro non era una priorità. La prima astronauta nello spazio sarebbe stata Sally Ride, venti anni dopo Valentina Tereskova, la prima cosmonauta russa.
A proposito di donne nello spazio. Lei era nella rosa dei candidati per guidare l’Agenzia spaziale italiana. Altra occasione persa?
Con tutto il rispetto per il nuovo presidente, che è una persona sicuramente preparata e capacissima, effettivamente sarebbe stato un bel messaggio aprire anche le posizioni più alte del management spaziale alle donne. Aggiungo che l’Italia è molto in basso nell’indice della parità di genere proprio perché mancano donne nelle posizioni apicali. Ma le nomine dei presidenti sono politiche e quindi tengono conto, oltre che del curriculum e delle competenze, anche del fatto che le persone debbano dare delle garanzie in questo senso.
Suo marito Giovanni (Nanni) Bignami, scomparso due anni fa, ha guidato Asi e Inaf. Parlavate mai della Luna?
Io sono stata la moglie felice di un uomo straordinario che mi ha insegnato moltissime cose. Innanzi tutto ad avere una visione a tutto tondo: l’approccio alla Luna deve essere dal punto di vista astronomico e astronautico ma anche artistico e poetico. Nanni era una persona che nutriva un grande amore per la cultura e quindi mi ha insegnato a guardare sempre avanti e spingermi oltre. Queste cose le abbiamo capite, le sappiamo, allora dobbiamo darci un obiettivo e andare avanti, capire qualcos’altro, porci altri problemi. Adottare un approccio molto generale, non troppo focalizzato, per non perdere mail la visione del tutto, perché non esiste la cultura scientifica e quella umanistica: esiste una cultura sola. E spero che questo libro lo dimostri.
Aveva una sua idea riguardo al ritorno sulla Luna. Perché non ne vale la pena?
La sua visione era che tornare alla Luna fosse una sciocchezza, bisognava andare su Marte, era un marziano convinto. Non posso sapere se le prospettive di economia spaziale che potrebbero adesso aprirsi sulla Luna gli avrebbero fatto cambiare idea. Lui si era molto impegnato per capire quanto valesse la pena di spingere in questo settore, ma la sua opinione era che le risorse si dovessero andare a cercare sugli asteroidi, non sulla Luna. Penso che non avrebbe cambiato idea, era più favorevole a fare cose nuove piuttosto che cose già fatte.
Ma la Luna non potrebbe essere una buona base per testare le tecnologie indispensabili su Marte?
Vero, ma i partigiani di Marte ti dicono che se cominci a costruire una base sulla Luna per provare le tecnologie, fai una cosa molto ragionevole, ma ti costa talmente tanto che esaurisci le risorse e non ne hai più per fare il passo successivo. Era anche quella l’obiezione di Nanni: andare sulla Luna è costoso e rischioso. Così la tua spinta si esaurisce, poi su Marte non ci vai più.
Secondo lei è fattibile arrivare sul Pianeta rosso entro la fine degli anni ‘30 come chiese Obama?
Dipende, se puoi contare su risorse importanti come quelle della Nasa durante il programma Apollo ce la potresti fare, perché le tecnologie ci sono. Serve una volontà politica di lungo respiro che permetta di perseguire questo obiettivo per 10-15 anni.
La Luna non è solo un oggetto cosmico. Ma anche una presenza che affascina tutti. Quanto è importante continuare a far sognare le persone per continuare a esplorare lo spazio?
Fare sognare la gente è sempre molto importante ma è altrettanto importante spiegare loro che le avventure spaziali sono dei processi innovativi per definizione. E che dall’innovazione vengono fuori prodotti tecnologici che entrano nella vita di tutti i giorni. La ricerca che serve per i viaggi spaziali, anche quella per la conquista della Luna, ha portato enormi benefici all’umanità, migliorato la qualità della nostra vita. Serve una visione da parte della politica, che non si esaurisca nei tre mesi fino alla prossima elezione. Bisogna osare perché è un investimento di alta tecnologia che ha ritorni molti vantaggiosi. Ogni dollaro (o euro) speso nello spazio torna moltiplicato per un fattore tra i 5 e i 10. Sono soldi investiti benissimo, non sono soldi buttati.
Quale dovrebbe essere la visione dell’Asi in questo periodo storico?
Questa. Puntare su innovazione scientifica e tecnologica con lo scopo di fare aumentare la conoscenza e migliorare la qualità di vita delle persone.
 

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