Saviano e il caso scorte: Salvini colpisce gli avversari distorcendo l’attività istituzionale


Una volta si sarebbe chiamato “interesse privato in atti d’ufficio”. Quando i ministri facevano i ministri, e non si dedicavano a tempo pieno alla propaganda politica, soprattutto quelli responsabili della sicurezza del Paese erano attenti nel misurare parole e atteggiamenti, consci della delicatezza del loro compito. Anche Matteo Salvini calibra frasi e gesti, ma lo fa per colpire meglio i suoi avversari, distorcendo l’attività istituzionale fino a trasformarla in uno strumento per attaccare chi lo contesta.

Lo potete vedere all’opera in questo video, una piccola lezione di comunicazione populista. Esordisce con “Un bacione a Saviano”, fornendo la premessa e il titolo per il successivo pronunciamento, sottolineato dal dito puntato verso la telecamera: “Sto lavorando a una revisione dei criteri per le scorte”. Il messaggio è fin troppo esplicito, immediato e diretto. Viene focalizzato tutto su Roberto Saviano, lo scrittore che da oltre dieci anni vive sotto protezione ed è diventato la voce critica contro il leader leghista più sentita a livello internazionale.

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Nell’esordio di questa fase due del suo disegno di potere il Capitano, forte del record di preferenze raccolto nelle elezioni europee, si sta concentrando contro chi non si piega all’ondata del suo successo e mantiene la visibilità mediatica per testimoniare il dissenso. Lo ha fatto mercoledì sera nei confronti di Fabio Fazio e Gad Lerner, oltre che del solito Saviano. E anche in questo caso ha mescolato tornaconto politico e ruolo governativo, annunciando la richiesta di spiegazioni ai vertici della Rai sulla trasmissione di Lerner, che come Saviano proprio sulle pagine di “Repubblica” non risparmia critiche al ministro dell’Interno.  

Pure in questo video-avvertimento, Salvini mescola la prima persona (l’io del “sto lavorando”) alla presentazione dell’opera dell’intero dicastero (“assieme agli uomini del ministero e della polizia di Stato”). Poi il volto si fa guascone, quasi beffardo, quando torna all’io e premette: “Non interverrò su casi personali”. E allora perché quel riferimento diretto a Saviano? Frase dopo frase, il ministro prosegue nella sua traiettoria balistica verso l’obiettivo: “È troppo delicato il tema della sicurezza perché ci sia una valutazione politica. Ci saranno criteri oggettivi per valutare chi non correndo più alcun rischio, almeno a detta dei tecnici e degli uffici competenti, potrà fare a meno di quei due, tre, quattro o cinque carabinieri, agenti, finanzieri di scorta che potranno occuparsi della sicurezza di tutti gli italiani”. Come a dire, la protezione è un privilegio concesso a Saviano. Non un dovere delle istituzioni, che hanno l’obbligo di farsi carico della sicurezza dei cittadini che si sono esposti nella lotta alla criminalità organizzata, come ha fatto lo scrittore con “Gomorra” e con tutta la sua opera. Il messaggio che però il ministro continua a instillare negli italiani è semplice: gli agenti destinati alla difesa di Saviano sono uno spreco, che sottrae sicurezza al resto degli italiani. Lo fa seguendo un copione consolidato di tutti i populismi, dall’America di Trump all’Ungheria di Orban, che bersagliano le élite contrarie al pensiero dominante.

Pure in questo video, però, Salvini tradisce la lontananza dai suoi doveri e dalle stanze del Viminale, dove la sua latitanza prosegue di campagna elettorale in campagna elettorale. Nelle scorse settimane gli uffici degli Interni hanno già completato una revisione dei criteri per la protezione, revocandola a molti ex ministri e parlamentari. D’altronde il ministro aveva annunciato il piano per le scorte già lo scorso 8 novembre: in sei mesi non ha ancora trovato il tempo per occuparsene? Oppure ignora persino quello che viene svolto nelle stanze del suo dicastero?

Se Salvini volesse dare un segnale chiaro agli italiani, dovrebbe affrontare una vera rivoluzione nella gestione delle scorte: passare a una protezione dinamica, come avviene in alcuni paesi anglosassoni. Cosa significa? Se qualcuno viene messo a rischio, le istituzioni lo proteggono e contemporaneamente si impegnano nella rimozione della minaccia, arrestando i responsabili. Certo, si tratta di un’operazione difficile nei confronti della criminalità organizzata, con clan radicati nel territorio e capaci di tramandare la loro forza anche per generazioni. Ma è praticabile nei confronti di altre realtà. Un esempio concreto? I gruppi neofascisti e neonazisti che hanno preso di mira l’inviato di “Repubblica” Paolo Berizzi, obbligato alla scorta. Perché il Viminale non si impegna per rimuovere questa minaccia?    
 
 


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