Superbatteri: le infezioni ospedaliere guidano la diffusione dell’antibiotico resistenza in Europa


UNA minaccia strisciante si sta diffondendo negli ospedali europei. È la Klebsiella pneumoniae, un batterio patogeno responsabile di infezioni potenzialmente fatali, e per il quale quasi tutte le armi a disposizione iniziano a fare cilecca. Sempre più spesso, infatti, questi microorganismi risultano resistenti agli antibiotici, compresi i farmaci che rappresentano l’ultima linea di trattamento in caso di resistenze. E stando a uno studio appena pubblicato su Nature Microbiology i principali focolai che alimentano l’epidemia in tutta Europa sono proprio gli ospedali, dove il batterio trova facilmente pazienti il cui organismo debilitato non riesce a resistere all’infezione.

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Il batterio killer

Come molti batteri, Klebsiella pneumonie è presente normalmente nel nostro intestino e per una persona sana non rappresenta un pericolo. È quando l’organismo risulta debilitato da malattie o terapie particolarmente aggressive, come può capitare in ambiente ospedaliero, che K. pneumonie rivela il suo lato peggiore: può infettare i polmoni causando gravi polmoniti, invadere il sangue, colonizzare ferite e lesioni, o attaccare il cervello provocando meningiti. “Normalmente avremmo a disposizione gli antibiotici per contrastare questo genere di infezioni, ma con la diffusione dell’antibiotico resistenza Klebsiella pneumonie si sta trasformando in un problema di salute pubblica”, spiega Gian Maria Rossolini, microbiologo clinico dell’Università di Firenze e dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, che ha partecipato allo studio.

Oggi infatti molti ceppi di Klebsiella pneumonie risultano resistenti agli antibiotici più diffusi, compresi i carbapenemi, farmaci ad ampio spettro che rappresentano l’ultima linea di difesa. “In questi casi ci troviamo praticamente senza armi con cui combatterli, perché le poche opzioni terapeutiche disponibili sono meno efficaci e più tossiche – continua Rossolini – e non a caso, la mortalità sale oltre il 40-50%”. I dati europei d’altronde confermano l’emergenza: se nel 2007 in tutta Europa si contavano appena 341 decessi causati da Klebsiella pneumonie, nel 2015 le morti hanno superato quota duemila.

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Lo studio genomico

La nuova ricerca è stata condotta da un team internazionale di cui fanno parte anche l’Università di Firenze, l’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi e l’Istituto Superiore di Sanità. “Quel che abbiamo fatto è stato caratterizzare su scala europea i batteri raccolti in 244 ospedali di 34 paesi, studiandoli a livello genetico per fotografarne la diffusione, identificare somiglianze e differenze tra i diversi ceppi presenti in Europa, e classificare i meccanismi con cui sviluppano resistenza ai farmaci”, continua Rossolini. “Si tratta di uno degli studi più ampi mai realizzati in questo campo, e ha permesso di confermare che gli ospedali sono la principale via di diffusione di questi batteri”.

Stando ai risultati delle analisi, la maggior parte dei ceppi resistenti ai carbapenemi sembra emergere nei paesi del Mediterraneo e nelle nazioni dell’Est. E il perché è presto detto: la colpa è di un uso scorretto degli antibiotici e della mancata applicazione delle procedure che permettono di limitarne la diffusione, problemi legati a doppio filo allo stanziamento di budget insufficienti per la sanità. Un problema che riguarda i paesi dell’Est quindi, ma anche in Italia e in Grecia, nazioni maglia nera per l’Europa Occidentale.

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Sesso batterico

Il problema inoltre non è limitato solamente alla Klebsiella. I batteri possiedono infatti un meccanismo chiamato coniugazione batterica, definito a volte il “sesso dei batteri”, un processo attraverso il quale due batteri, anche di specie differenti, si uniscono per scambiarsi piccole porzioni di Dna (definite plasmidi) e arricchire così il proprio patrimonio genetico. Attraverso questo processo, Klebsiella pneumonie può trasformarsi nella porta d’ingresso per la diffusione di antibiotico resistenza anche in altre specie. “Il pericolo è grande, e nei prossimi anni e decenni senza azioni decise rischiamo di assistere un aumento vertiginoso di infezioni da batteri resistenti”, sottolinea Rossolini. “In Italia ci siamo mossi di recente con l’approvazione del Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza, arrivata a fine 2017. Anche se è presto per verificare i risultati, negli ultimi due anni si è assistito se non a una diminuzione dei casi, quanto meno a una sostanziale stabilizzazione delle resistenze, che erano state costante aumento nel decennio precedente. Un’indicazione incoraggiante che ci dice che con le giuste risorse, e agendo in modo deciso, il problema dell’antibiotico resistenza si può affrontare”.

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