Torino-River Plate, dalle Alpi al Rio de la Plata. Storia di un’amicizia



La città di Torino aveva dato l’estremo saluto agli eroi in maglia granata il 6 maggio, due giorni dopo la tragedia. Nei giorni successivi, la città sembrava ripiombata nei drammatici giorni di guerra, quando dal cielo era piovuta più volte la morte. Nel firmamento di pace, questa volta, si erano invece sgretolati i simboli di rinascita di un Paese intero. Dino Buzzati scrisse: “Il dolore dei torinesi non è fatto di grida, di pubbliche lacrimazioni, di folle in lutto. Ma si rifugia negli angoli, ha pudore, preferisce non farsi vedere”. Nelle loro case, le notti di quella triste primavera divennero maratone di veglia e di preghiera. La notizia aveva intanto fatto il giro del mondo toccando le sponde argentine del Rio de la Plata, mentre gli assi del Club Atlético River Plate erano impegnati in una seduta di allenamento. Il presidente de los millionarios, il genovese Antonio Liberti, era lì assieme ai suoi ragazzi e decise di non rimanere indifferente di fronte a tanto dolore. Immaginò di portarli in Italia, per rendere omaggio agli eroi che non c’erano più e offrire solidarietà alle loro famiglie attraverso una partita amichevole. Il presidente argentino Juan Domingo Perón diede la sua benedizione a quel viaggio. E così, la sera del 24 maggio, un Douglas C 14 atterrava dell’aeroporto di Ciampino dopo un giorno e mezzo di volo. Buenos Aires, Rio de Janeiro, Natal, Dakar e Lisbona le tappe di un viaggio durissimo che si sarebbe concluso l’indomani con un volo Roma-Torino. Nello scalo romano, a dare il benvenuto al capitano Ramos, a Loustau detto Chaplin, al sangue italiano di Di Stefano, De Cicco e Labruna c’erano Giulio Andreotti, nelle vesti di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e l’ambasciatore argentino Ocampo Jiménez che stringendo la mano al futuro Divo della politica italiana disse: “Ecco una nuova occasione per rinsaldare i vincoli di amicizia che uniscono i due popoli”.

Dalla fine dell’Ottocento, erano oltre sette milioni i tanos che erano andati in cerca di fortuna nella Repubblica d’Argentina. Nel difficile dopoguerra, mentre fame e malnutrizione tormentavano l’Italia, da quel pezzo di Sud del mondo giungevano tonnellate di carne e grano. Ad attendere la delegazione sudamericana ai piedi delle Alpi, c’erano il presidente Novo, la squadra della Juventus capitanata dal presidente Agnelli, Vittorio Pozzo. Un folto gruppo di cronisti era ansioso di conoscere da vicino i volti di chi avrebbe sfidato il Torino Simbolo. La mattina del 26, la squadra del River Plate si recò nel cimitero di Torino e sulla collina di Superga per salutare da vicino i caduti del 4 maggio. Ancora qualche ora e via alle danze con tanto di lutto al braccio. Da una parte scalpitavano le maglie granata sotto forma di simbolo, a rievocare il Toro “scomparso, bruciato, polverizzato” dopo aver sbattuto le corna su quella maledetta collina. Dall’altra fremevano i divi argentini conosciuti anch’essi in tutto il mondo perché capaci di giocare “como una máquina”, un dispositivo armonioso privo di punti deboli. L’aveva messa su Renato Cesarini, l’uomo con il vizio del gol in odor di triplice fischio. Tutti gli elementi incasellati razionalmente ne fecero un equipazo che dominò il calcio argentino di allora. Si sbarazzavano degli avversari senza troppi patemi e qualche volta, per amor di verità, burlandosi degli sconfitti. Si meritarono anche l’appellativo di los caballeros de la angustia, i cavalieri dell’angoscia. Prendevano la palla, se la scambiavano all’infinito, una finta prima di tornare sui propri passi per un’ennesima gambeta. Presto o tardi il gol sarebbe comunque arrivato. Dio e il cielo erano con loro. E nei giorni della gloria, neanche il fato li vinse.
Di Stefano e compagni avevano sfidato i cieli di mezzo mondo pur di danzare sulla pelota all’ombra delle Alpi, in nome di chi non c’era più. Quel pomeriggio del 26 maggio, “la solidarietà fu al di sopra della competizione”. L’atto cavalleresco del River era stato “di una grandiosità pari a quello della tragedia”.

La partita si chiuse sul 2 a 2. Avanti i padroni di casa grazie al magiaro Nyers al 25′ del primo tempo. Una staffilata di Labruna − il più grande goleador della storia argentina, l’idolo che al Monumental si venera come un santo − pareggiava i conti un minuto dopo. Riequilibrato l’incontro, il River fu a tratti travolgente. Con un dribbling, Loustau fece fuori tre maglie granata Al terzo della ripresa però, el negher Annovazzi, con un tiro da fermo, bucava il leggendario Carrizo, il primo portiere della storia a giocare con i piedi. Il Toro sfiorò il terzo gol con una rovesciata di Muccinelli su assist di Lorenzi. Ma a chiudere le marcature ci pensò Alfredo Di Stefano, la saeta rubia che, parola di Eduardo Galeano, cullava “tutto il campo nelle sue scarpe”.

Il Torino-Simbolo schierò una selezione dei grandi calciatori delle squadre italiane. Indro Montanelli lo aveva messo nero su bianco: “Il Torino non è morto: è soltanto in “trasferta””. A rappresentarne lo spirito, una nazionale in maglia granata ricca di stranieri. Tutti nomi da leggenda. Il nordico John Hansen, il portiere goleador Sentimenti IV, Pietro Ferraris, l’uomo da sei scudetti e una coppa Rimet, fino a pochi mesi prima pedina del Grande Torino. Storici avversari del Toro, indossarono la maglia che fu di Valentino Mazzola e compagni. Il cuore bianconero di Boniperti si mescolò a quello rossonero di Nordahl. Il River davanti al arquero Carrizo, schierava Vaghi e Soria terzini, Jacono, Rossi e Ramos in mediana, De Cicco, Colli, Di Stefano, Labruna e Loustau all’attacco. Ma soprattutto sfoggiò con orgoglio le sue casacche bianche attraversate da una banda rossa. Una striscia trasversale che quel giorno aveva l’odore del sangue, il profumo del dolore, la passione della solidarietà.

Prima del calcio d’inizio l’ambasciatore Ocampo abbracciò il presidente Ferruccio Novo, orfano dei suoi ragazzi. Ai dirigenti granata furono donate due coppe d’argento. Una l’aveva voluta Evita Perón, colei che di lì a poco sarebbe diventata la leader spirituale della nazione argentina. Da Buenos Aires erano arrivati anche tre giornalisti ed era stata allestita una diretta radiofonica con il Sud America. Sul prato del Comunale fu puro fútbol. Ma fu soprattutto una gara contro l’indifferenza e l’egoismo. L’Europa aveva ancora negli occhi il dolore della guerra. Le armi avevano messo i suoi popoli gli uni contro gli altri, dividendo anche i figli della stessa nazione. L’uomo aveva perseguitato ancora una volta il suo fratello in nome della razza, delle idee, della religione. I giornali scrissero, con sollievo, che lo sport affratellava i popoli. L’Italia e il mondo provavano a immaginare un futuro fatto di pace e prosperità. Quel pomeriggio trentuno squadre delle scuole elementari di Torino avevano accompagnato i calciatori verso la metà campo. Come nel grande cinema neorealista di quegli anni, al centro della scena ci furono i bambini. Sugli spalti 40.000 persone, per un incasso da devolvere ai familiari delle vittime di circa 25 milioni di lire.

Prima di riattraversare l’Atlantico, il Club Atlético River Plate fu ricevuto dal Presidente della Repubblica Einaudi e da Papa Pio XII. Tre giorni dopo, i reduci dalla trasferta italiana non scesero in campo nel campionato argentino. Le riserve del River batterono i futuri campioni del Racing di Avellaneda.Quella del 26 maggio 1949, non fu l’unica partita fra il Toro Simbolo e gli amici del River.

Giugno 1951. Stadio Monumental di Buenos Aires. 80.000 spettatori accolgono una selezione in maglia granata. Sugli spalti, lo striscione “Mazzola presente”. A Capitan Valentino spettavano gli onori di un caduto di guerra. Il generale Perón in persona scende sul terreno di gioco per salutare uno a uno i calciatori giunti dall’Italia. Los millionarios si impongono per 3 reti a 1. Tra il primo e il secondo tempo, migliaia di niños si dispongono in maniera scenografica per formare le scritte “Viva Italia”, “Viva Argentina”, “Viva Evita”, “Viva Perón”. La macchina della propaganda del generale e della sua signora predicava “una nuova filosofia di vita: semplice, pratica, popolare, profondamente cristiana e profondamente umanista”. Era il giustizialismo peronista. Passano sette mesi e il River torna in Italia per affrontare il Torino. 3 a 3 dopo il fischio finale. È il 16 gennaio del 1952 e il River, nonostante il terreno gelato, dà spettacolo ancora una volta. Il Toro erede di Bacigalupo e compagni resiste strappando un pareggio. Bastava indossare il rosso granata, per aggrapparsi ad una tenacia che aveva le sue radici nell’eternità.
 


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