“Vi spiego l’era Onlife, dove reale e virtuale si (con)fondono”  – Repubblica.it



Classe 1964, romano, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, dove dirige il Digital Ethics Lab. Luciano Floridi è uno di quegli italiani che all’estero ha avuto modo di fare la differenza. Oltre tredici saggi all’attivo, collaborazioni con l’Unesco, Commissione europea e governo britannico, ha coniato il neologismo “Onlife” nel 2013 per rappresentare la nuova condizione umana nell’era del digitale. Termine scelto ora per l’evento di Repubblica che apre i battenti venerdì a Milano, organizzato in collaborazione con il network di quotidiani europei Lena, nel quale Floridi sarà uno dei protagonisti assieme a nomi di rilievo come Garri Kasparov, Leonard Kleinrock, Uri Levine, Roberto Saviano, Alessandro Baricco e gli altri ventisei ospiti.   

Cos’è “onlife” professore?
“E’ come la società delle mangrovie”.

Mangrovie?
“Vivono in acqua salmastra, dove quella dei fiumi e quella del mare si incontrano. Un ambiente incomprensibile se lo si guarda con l’ottica dell’acqua dolce o dell’acqua salata. Onlife è questo: la nuova esistenza nella quale la barriera fra reale e virtuale è caduta, non c’è più differenza fra “online” e “offline”, ma c’è appunto una “onlife”: la nostra esistenza, che è ibrida come l’habitat delle mangrovie”.

Nei nuovi mondi crollano sempre certezze e gerarchie del passato. Siamo senza bussola?
“Il nuovo crea incertezza. Ma c’è anche scoperta e possibilità. C’è un continente nel quale vivere, e non è solo fatto di pericoli mortali né è il paradiso in Terra. Mi rendo conto che un giudizio equilibrato di questi tempi sia fuori moda, visto che va per la maggiore chi grida e chi spara il concetto più sopra le righe, ma sono fra coloro che crede che la realtà non sia solo bianca o nera”.

Partiamo dai rischi. Cosa la preoccupa?  
“La questione dell’adattamento. Prenda la guida autonoma: stiamo iniziando a disegnare le città con corsie preferenziali dedicate alle macchine robot, a dimostrazione che troppo spesso siamo noi ad adattarci alla tecnologia e non il contrario. In secondo luogo l’autonomia nelle nostre decisioni. Scegliamo l’albergo, la musica da ascoltare, il vestito da comprare o il film da guardare in base ai consigli di un algoritmo in una costante erosione dell’autonomia individuale. Non che ieri lo fossimo poi così tanto, non avevamo però mezzi di comunicazione tanto pervasivi spesso mossi da un’intelligenza artificiale che migliora da sola via via nel tempo. E allora bisognerebbe chiedersi quali danni abbiamo fatto alle nuove generazioni cresciute in questa prima fase di “Onlife”, nella quale genitori e scuola non hanno potuto o saputo mettere in campo degli anticorpi adeguati”.

Cal Newport, insegna informatica alla Georgetown University, nel suo ultimo saggio sostiene che ad un’intera generazione, quella nata dieci o quindici anno fa, è stato fatto il lavaggio del cervello.
“Non userei termini così forti, ma in parte è vero. Basta guardare l’ingenuità usata nel digitale dai figli come dai genitori. Siamo impreparati, ma ci stiamo preparando, perché spesso inventiamo tecnologie straordinarie davanti alle quali non siamo all’altezza ”.

E’ questo che insegna ai suoi studenti ad Oxford?
“Non solo. Spiego che non abbiamo mai avuto tante possibilità come oggi. E’ vero che l’effetto delle piattaforme hi-tech su tornate elettorali discusse come quella di Donald Trump o la Brexit è stato sensibile ed è una questione che va affrontata, ma ci dimentichiamo troppo spesso che le brutture della politica del passato sono state ben peggiori e il digitale al tempo non c’era. Ricordo loro anche cosa significava poter accedere al sapere e a nuovi strumenti nell’era dell’analogico, il dover ad esempio andare alla Biblioteca Nazionale e aspettare in fila per poter consultare un paio di saggi. Non abbiamo mai avuto una possibilità di scelta così ampia. Oggi via Web si possono assistere alle lezioni del Massachusetts Institute of Technology (Mit), Oxford o delle migliori università italiane. Il problema è che poi queste potenzialità a volte non si trasformano in una maggiore capacità delle persone”.

Appunto.
“Accade perché le tecnologie vengono usate per lo più per vendere prodotti alle persone. E purtroppo non è nella sfera individuale che si può risolvere qualcosa ma in quella più ampia della società. Non capisco nemmeno perché li chiamiamo social media visto che di sociale in realtà hanno poco”.   

Lei ha lavorato con la Commissione Ue e con il governo britannico. Cosa pensa delle iniziative europee, come quello di Gaia-X, per avere maggiore controllo sui dati e sulle strutture digitali di istituzioni pubbliche?
“La maggiore responsabilità dei colossi della Silicon Valley è nei confronti degli investitori e non dei cittadini. Mi sembra sensato che ci si ponga il problema di chi debba gestire certe strutture e lo si può fare solo a livello europeo. Certe multinazionali sono ormai troppo potenti per poter esser affrontate dai singoli Paesi. Con però un distinguo importante: non dobbiamo difendere ma promuovere. Ci si difende contro qualcuno, si promuove invece quel che si sa fare meglio degli altri. Da questo punto di vista L’elogio ad Atene di Tucidide per me resta un punto di riferimento. Mi commuovo ogni volta che lo leggo e credo che quella sia la vera anima dell’Europa”.   

Un’ultima domanda. Di cosa parlerà ad Onlife?
“Di tutto questo: della nuova condizione umana, di cosa ci serve per viverla al meglio e quali regole sono necessarie per affrontare questo continente sul quale abbiamo appena messo piede”.    


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